Perché certe convinzioni resistono anche davanti alle prove, e che cosa c’entrano la nostra identità e il bisogno di appartenere a un gruppo.
Certamente ti sarà capitato di ascoltare qualcuno difendere una convinzione che ti sembra palesemente assurda, magari perché contraddetta da tutto ciò che sappiamo, e di chiederti: ma com’è possibile che continui a crederci? Magari si tratta anche di una persona che reputi intelligente. La risposta, almeno in certi casi, potrebbe essere meno semplice di quanto immaginiamo.
Alcune convinzioni che a noi sembrano prive di senso cominciano infatti ad apparire più comprensibili quando ci rendiamo conto che, per un essere umano, essere riconosciuto come un buon membro del proprio gruppo può diventare più importante che riconoscere la realtà dei fatti.
Se per appartenere a una comunità, e per essere accettati dagli altri come membri legittimi di quella comunità, è necessario credere in qualcosa di sbagliato o apertamente falso, molte persone finiranno per farlo.
Perché non conformarsi alle regole, alle norme e alle convinzioni del gruppo può avere una conseguenza che temiamo profondamente: l’esclusione. In altre parole, una sorta di morte sociale.
Quando scatta l’allarme
Di solito, quando percepiamo una minaccia, nel cervello si attiva una rete di sistemi coinvolti nella risposta al pericolo. L’amigdala è il campanello d’allarme, contribuisce a riconoscere la rilevanza della minaccia e mette in allerta l’organismo; l’ipotalamo, a sua volta, attiva il sistema nervoso autonomo e i meccanismi ormonali che preparano il corpo alla cosiddetta risposta di “lotta o fuga”. Aumentano così la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e l’energia disponibile per muscoli e cervello, mentre altre funzioni non immediatamente necessarie vengono temporaneamente ridimensionate.
La cosa interessante è che qualcosa di simile può accadere anche quando ci troviamo davanti a fatti e argomenti che mettono in discussione ciò in cui crediamo profondamente. Jonas Kaplan, Sarah Gimbel e Sam Harris lo hanno dimostrato con un esperimento pubblicato su Nature nel 2016.
Selezionarono un gruppo di persone con forti convinzioni, politiche e non solo, e le sottoposero a risonanza magnetica funzionale. Durante l’esame venivano presentate loro alcune affermazioni neutre e altre che contraddicevano direttamente ciò in cui credevano. A una persona favorevole al diritto di possedere armi, per esempio, poteva essere proposta l’affermazione secondo cui le leggi statunitensi sul possesso di armi avrebbero dovuto essere più restrittive; a chi considerava invece le armi particolarmente pericolose veniva presentata un’affermazione di segno opposto.
Lo scopo non era convincere i partecipanti a cambiare idea, ma osservare che cosa accadeva nel loro cervello quando venivano messi di fronte a qualcosa che entrava in conflitto con convinzioni importanti per loro.
Quando un’idea diventa parte di noi
I ricercatori osservarono un maggiore coinvolgimento di regioni cerebrali associate, tra le altre cose, alla rappresentazione di sé e alla regolazione emotiva. In particolare entrava in gioco il cosiddetto default mode network, una rete che si attiva quando pensiamo a noi stessi e al nostro rapporto con gli altri, ricordiamo il passato o immaginiamo il futuro. E qui le cose si fanno interessanti, perché quando una convinzione si lega saldamente alla nostra identità, metterla in discussione non significa più soltanto contestare un’idea. Può essere percepito, in qualche misura, come mettere in discussione noi stessi.
E questo vale non soltanto per il sé fisico, ma anche per quello psicologico. Quando convinzioni, atteggiamenti e valori entrano a far parte dell’idea che abbiamo di noi stessi, il cervello tende a proteggerli con particolare forza. Questo vale per convinzioni religiose e politiche, ma può valere anche per credenze legate alle teorie del complotto o ad altre visioni del mondo che contribuiscono a definire chi siamo e, soprattutto, a quale gruppo sentiamo di appartenere.
Kaplan riassume il problema in modo molto efficace: prendere davvero in considerazione un punto di vista alternativo può significare dover prendere in considerazione una versione alternativa di noi stessi. E questo, naturalmente, non è facile.
Perché i fatti non sempre bastano
Forse questo ci aiuta anche a capire perché presentare semplicemente altri dati, altre prove o altri argomenti non sia sempre sufficiente per far cambiare idea a qualcuno. Se una convinzione è diventata parte della sua identità, abbandonarla può significare molto più che riconoscere di essersi sbagliato: può voler dire incrinare il rapporto con le persone a cui è legato, mettere in discussione il gruppo di cui fa parte e, in certi casi, ripensare l’immagine che ha costruito di sé.
La prossima volta che ti troverai davanti a qualcuno che sembra impermeabile alle prove, dunque, potrebbe essere utile chiederti che cosa quella persona stia davvero difendendo. Un’idea? Oppure una parte di sé?
Non bisogna però fare l’errore contrario: è facilissimo, infatti, riconoscere questo meccanismo negli altri, molto meno in noi stessi. Potremmo allora chiederci quali sono le convinzioni che facciamo più fatica a mettere in discussione? E quanto dipendono davvero dalle prove, e quanto invece dal fatto che quelle convinzioni sono diventate parte di ciò che penso di essere?
Capire meglio come funziona la nostra mente (ho affrontato a fondo questi temi ne La scienza dell’incredibile, per chi volesse approfondire) e riflettere sul fatto che tutti siamo soggetti a questo tipo di trabocchetti, può aiutarci a comprendere meglio gli altri. Non a giustificare comportamenti sbagliati, ingiusti e a volte decisamente spregevoli, ma a capire da dove potrebbero nascere, in modo da affrontarli con maggiore efficacia e, forse, trovare il modo di far arrivare i fatti senza che vengano percepiti subito come una minaccia.
Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.
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