Imparare una lingua da adulti aiuta il cervello a invecchiare meglio?
Studiare l'arabo, il cinese o anche l'inglese mette alla prova memoria, attenzione e capacità di adattamento, anche dopo i sessant’anni. Le ricerche suggeriscono possibili benefici per il cervello, ma distinguono tra imparare una lingua in età matura e usarne due per tutta la vita.
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Di solito si pensa ai cruciverba, ai rebus o ai giochi di memoria. E al coltivare la socialità. È questo che si consiglia di fare alle persone che temono gli effetti dell’invecchiamento sul cervello. “Tenete allenata la mente”, si dice. “Uscite, vedete gente”, si ribadisce.
Difficilmente si sente questo consiglio: “Studia l’arabo, il cinese o anche banalmente l’inglese, se non l’hai mai fatto”. E invece potrebbe essere (anche) questo l’invito giusto. Perché imparare una lingua è un'attività mentale complessa. Richiede di assorbire e recuperare informazioni, notare quando qualcosa non funziona e adattarsi di conseguenza, il tutto mentre si ascolta, si interpreta e si prepara una risposta. Bisogna riconoscere suoni nuovi, ricordare parole, intuire regole, scegliere che cosa dire e capire la risposta dell’altra persona. È un allenamento a tutto campo, che coinvolge memoria, attenzione, controllo esecutivo e persino le emozioni.
E allora, alla domanda se vale la pena affrontare lo studio di una lingua anche da adulti, magari dopo i sessant’anni, la risposta breve è: “Sì, vale la pena”. Quella scientifica richiede qualche precisazione.
Partiamo da ciò che accade mentre impariamo. Se sentiamo una parola sconosciuta, dobbiamo distinguerne i suoni e collegarla a un significato. Se proviamo a usarla, dobbiamo recuperarla dalla memoria e inserirla in una frase. Nel frattempo controlliamo se l’interlocutore ci ha capiti e, se necessario, cambiamo strada. Bisogna imparare vocaboli e poi occorre usarli in situazioni sempre diverse.
Il cervello umano conserva per tutta la vita la capacità di modificarsi in risposta all'esperienza, un fenomeno noto come neuroplasticità. Imparare suoni, parole e strutture grammaticali non familiari costringe il cervello a formare e rinforzare connessioni.
Non significa che imparare a settant’anni sia identico a farlo a sette. I bambini hanno spesso un vantaggio nell’acquisire la pronuncia; gli adulti, invece, possono contare su conoscenze, esperienza e strategie di studio più sviluppate. Significa soprattutto che non esiste un compleanno dopo il quale una lingua nuova diventa impossibile. Potremmo impiegare più tempo a ricordare una parola o mantenere un accento riconoscibile, ma possiamo comunque imparare a capire, leggere e conversare.
Non solo, gli studi sul bilinguismo hanno individuato differenze tra chi parla due lingue e chi ne parla una sia nella materia grigia, dove risiedono i neuroni e le loro connessioni, sia nella materia bianca, composta soprattutto dalle fibre nervose che collegano le diverse aree cerebrali. Questo potrebbe significare che l’esperienza e la capacità linguistica tendono a riflettersi sia nella struttura del cervello sia nella sua attività.
Ma le differenze cerebrali rappresentano solo una parte del quadro. Nel valutare le conseguenze dello studio delle lingue in età matura, entra in gioco un concetto centrale in neuroscienze: la "riserva cognitiva", cioè la capacità di mantenere il funzionamento cognitivo nonostante i cambiamenti o i danni legati all'età. Più attività stimolanti e complesse pratichiamo nel corso della vita, più margine il cervello ha per compensare eventuali danni prima che questi si traducano in sintomi evidenti. In questo senso, le persone bilingue potrebbero avere un vantaggio. Alcuni studi hanno rilevato che, tra le persone che sviluppano la demenza, chi è bilingue manifesta i sintomi più tardi rispetto a chi parla una sola lingua. Sarebbe però scorretto trasformare questo risultato nella promessa che studiare spagnolo previene l’Alzheimer. Gli studi non arrivano tutti alle stesse conclusioni e il bilinguismo si intreccia con molti aspetti della vita: istruzione, lavoro, relazioni, migrazione e opportunità di usare le lingue. Inoltre, mostrare i sintomi più tardi non equivale a impedire la malattia. Una possibilità è che, grazie alla riserva cognitiva, alcune persone riescano a compensarne più a lungo gli effetti.
Una conferma su ampia scala di come il multilinguismo sia un fattore protettivo arriva da uno studio pubblicato su Nature Aging: analizzando i dati di oltre 86.000 persone tra i 51 e i 91 anni in 27 Paesi europei, i ricercatori hanno scoperto che chi usa regolarmente più di una lingua ha circa la metà delle probabilità di mostrare segni di invecchiamento biologico accelerato rispetto a chi ne parla solo una.
Una revisione di 18 studi pubblicata nel 2025 ha esaminato il rapporto tra multilinguismo di lunga durata, apprendimento in età avanzata e declino cognitivo: i risultati sono promettenti, soprattutto per alcune capacità di memoria in chi comincia più tardi.
Parlare quotidianamente due lingue per decenni e studiarne una nuova per qualche mese sono però esperienze diverse. Una revisione di 18 studi pubblicata nel 2025 ha esaminato proprio il rapporto tra multilinguismo di lunga durata, apprendimento in età avanzata e declino cognitivo. Gli autori rilevano risultati promettenti, soprattutto per alcune capacità di memoria in chi comincia più tardi, ma sottolineano che gli studi disponibili sono ancora pochi e molto diversi tra loro. Non sappiamo dunque se un corso iniziato in pensione produca gli stessi effetti di una vita trascorsa a usare due lingue.
Restano aperte domande, dunque, su quanto siano grandi i benefici dell’apprendere una lingua da adulti, su chi ne tragga più vantaggio e su quanto durino. Al di là del puro calcolo neuroscientifico, imparare una nuova lingua porta con sé benefici che vanno oltre la prevenzione del declino cognitivo: nuove amicizie, la possibilità di leggere, viaggiare e lavorare in modo diverso, una prospettiva più ampia sul mondo. Se il cervello, invecchiando, perde qualcosa in velocità di elaborazione, guadagna spesso in strategia ed esperienza: motivo in più per iscriversi finalmente a quel corso di spagnolo o tedesco rimandato da anni. Il cervello, a quanto pare, ringrazia comunque.
N. Sagarra, Working Memory in Second Language Research, in C.A. Chapelle, D. Trenkic e A. Bruin (a cura di), The Encyclopedia of Applied Linguistics (Second Language Acquisition and the Multilingual Mind), Wiley, 2026.
Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.
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