Che cos'è il pensiero magico?
CREDENZE

Che cos'è il pensiero magico?

Perché l’incertezza, la paura e il bisogno di controllo ci spingono a vedere cause e significati dove forse non ce ne sono.

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Il pensiero magico consiste nell’attribuire a pensieri, parole, gesti, oggetti o coincidenze un potere causale che non è sostenuto da un meccanismo plausibile o da prove adeguate. Può assumere forme molto diverse: dalla convinzione che un portafortuna possa influire sul risultato di un’impresa all’idea che pensare intensamente a un evento possa contribuire a farlo accadere, fino alla sensazione che due fatti temporalmente vicini debbano necessariamente essere collegati.

L’incertezza è una delle condizioni che possono favorirlo. Rendersi conto di non sapere perché qualcosa sia accaduto, o di non poter prevedere che cosa accadrà, provoca spesso una sensazione di disagio. Di fronte a un vuoto di spiegazione, siamo portati a cercare una causa, una regolarità o almeno un racconto capace di restituire ordine agli avvenimenti. Non significa che una risposta venga sempre trovata, né che debba necessariamente essere magica; ma, in alcune persone e in determinate circostanze, una spiegazione debole può risultare psicologicamente più soddisfacente dell’ammissione di non sapere.

Leonard Zusne e Warren H. Jones, autori di uno dei testi fondativi dell’Anomalistic Psychology — quella che, quando ne scrissi per la prima volta nel nostro Paese e poi inaugurai il primo corso universitario sull’argomento all’Università di Milano-Bicocca, chiamai “Psicologia dell’insolito” — sottolineavano proprio il rapporto tra pensiero magico e incertezza sulle relazioni di causa ed effetto. Quando alla domanda «Come mai?» non è disponibile una risposta affidabile, aumenta il rischio che vengano utilizzate informazioni scorrette, coincidenze o spiegazioni solo apparentemente causali.

Uno dei primi studiosi a osservare sistematicamente questo fenomeno fu l’antropologo polacco Bronisław Malinowski. Durante la Prima guerra mondiale condusse una lunga ricerca sul campo presso le comunità delle isole Trobriand, in Melanesia, e notò che i rituali magici comparivano soprattutto quando erano in gioco risultati importanti ma imprevedibili.

Bronislaw Malinowski con alcuni nativi delle Isole Trobriand. Non si sa chi abbia fatto la foto, forse Billy Hancock, un commerciante di perle residente alle Isole Trobriand.
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Bronislaw Malinowski con alcuni nativi delle Isole Trobriand. Non si sa chi abbia fatto la foto, forse Billy Hancock, un commerciante di perle residente alle Isole Trobriand.

Secondo le sue osservazioni, i pescatori trobriandesi facevano affidamento principalmente sulle conoscenze tecniche e sull’esperienza quando pescavano nelle acque più tranquille e sicure della laguna. I rituali diventavano invece più importanti quando si avventuravano in mare aperto, dove le condizioni erano più pericolose, il risultato della pesca meno prevedibile e le possibilità di controllo inferiori. Malinowski osservò qualcosa di simile anche nelle circostanze in cui l’abilità pratica non era sufficiente, per esempio di fronte ai parassiti delle coltivazioni o alle malattie.

La sua interpretazione è rimasta influente: quando le conoscenze e le capacità tecniche permettono di intervenire efficacemente, tendiamo ad affidarci ad esse; quando incontriamo pericoli, eventi imprevedibili o fenomeni sui quali abbiamo scarso controllo, può aumentare la tentazione di ricorrere a spiegazioni o pratiche magiche.

Le ricerche successive hanno trovato risultati coerenti con questa ipotesi, anche nelle società industrializzate. Durante la guerra del Golfo, per esempio, lo psicologo Giora Keinan studiò 174 cittadini israeliani e riscontrò una maggiore presenza di pensiero magico tra coloro che vivevano nelle aree più direttamente esposte agli attacchi. L’effetto era particolarmente evidente tra le persone che tolleravano meno l’ambiguità. Questo non significa che lo stress produca automaticamente superstizione, ma indica che la combinazione tra minaccia, incertezza e bisogno di una risposta può renderla più probabile.

Anche nello sport, dove preparazione e abilità convivono con una quota inevitabile di casualità, sono frequenti gesti ripetuti, oggetti portafortuna e routine di buon auspicio. Le ricerche mostrano che questi comportamenti tendono a diventare più comuni quando una competizione è particolarmente importante, impegnativa o incerta. Fenomeni analoghi sono stati descritti nel gioco d’azzardo e in altre attività nelle quali il risultato dipende in misura rilevante da eventi imprevedibili.

Alcuni studi storici hanno inoltre rilevato una correlazione tra periodi di crisi economica e maggiore presenza, nelle pubblicazioni, di contenuti dedicati all’astrologia, al misticismo, alle sette religiose o alla parapsicologia. Nella Germania tra le due guerre, per esempio, alcuni indicatori di minaccia economica risultavano associati alla quantità di articoli di questo genere. Questi dati sono suggestivi, ma devono essere interpretati con cautela: il numero di articoli pubblicati è soltanto un indicatore indiretto e una correlazione non dimostra che la crisi abbia reso più superstizioso ogni singolo cittadino.

Un esempio celebre di ritualità legata al rischio viene dalla storia dell’esplorazione spaziale. Il 12 aprile 1961 Jurij Gagarin divenne il primo essere umano a orbitare intorno alla Terra. Durante il tragitto in autobus verso la rampa di lancio, secondo il racconto tramandato, chiese di fermarsi e urinò contro uno degli pneumatici del mezzo.

Il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin, 12 aprile 1961.
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Il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin, 12 aprile 1961.

Poiché la sua missione ebbe successo, il gesto divenne una tradizione di buon auspicio e fu ripetuto per decenni da molti equipaggi in partenza dal cosmodromo di Baikonur. In alcuni casi le cosmonaute hanno partecipato simbolicamente utilizzando una piccola quantità di urina raccolta in precedenza.

Sarebbe però troppo semplice concludere che tutti coloro che rispettano questa tradizione credano davvero che il gesto possa influenzare il funzionamento del razzo. Un rituale non è necessariamente la manifestazione di una credenza magica. Può essere anche un omaggio a Gagarin, un segno di appartenenza alla comunità dei cosmonauti, una maniera per dare continuità alla storia dell’esplorazione spaziale o un modo per attenuare la tensione prima di una missione pericolosa.

La ricerca contemporanea mostra infatti che i rituali possono svolgere diverse funzioni psicologiche. Possono aiutare a regolare le emozioni, organizzare l’attenzione, preparare a una prestazione o rafforzare i legami sociali. A renderli propriamente “magici” non è la loro ripetitività, ma la convinzione che il gesto produca un effetto attraverso un nesso causale inesistente o non dimostrato.

Questo aiuta anche a evitare un equivoco storico. Il pensiero magico non è una caratteristica esclusiva di popolazioni considerate, con una terminologia oggi superata, “primitive” o prive di conoscenze scientifiche. Gli abitanti delle Trobriand osservati da Malinowski disponevano di conoscenze tecniche precise sulla navigazione, sulla pesca e sull’agricoltura. Ricorrevano ai rituali soprattutto nei punti in cui quelle conoscenze non permettevano di controllare completamente il risultato.

Lo stesso può accadere a chiunque. Una persona istruita può ragionare in modo rigoroso in un ambito e affidarsi a una superstizione in un altro. Può persino sapere che una convinzione è irrazionale e tuttavia esitare a sfidarla: pensiamo a chi dichiara di non credere nella sfortuna, ma preferisce comunque non sedersi al posto numero 13 o evita di pronunciare una frase per non “tentare il destino”. Riconoscere l’irrazionalità di un’intuizione e riuscire a correggerla sono due operazioni mentali diverse.

Anche pensiero magico, religione e superstizione non devono essere trattati come sinonimi. Le tradizioni religiose comprendono sistemi morali, filosofici, comunitari e simbolici molto più ampi. Alcune credenze religiose possono assumere una struttura causale magica, ma non ogni esperienza religiosa è riducibile al pensiero magico, così come non ogni rituale religioso implica la convinzione di poter manipolare soprannaturalmente la realtà.

Infine, il pensiero magico non è di per sé un disturbo. Forme lievi e occasionali sono diffuse nella popolazione generale e possono essere prive di conseguenze. Diventano problematiche quando si fanno rigide, producono sofferenza, interferiscono con la vita quotidiana o inducono una persona a sostituire sistematicamente le prove con convinzioni infondate. Alcune sue manifestazioni, come la convinzione che il semplice fatto di avere un pensiero aumenti la probabilità che l’evento corrispondente si verifichi, sono studiate anche in relazione al disturbo ossessivo-compulsivo e ad altre condizioni cliniche.

Di fronte al pericolo o al dubbio, gli esseri umani avvertono spesso il bisogno di fare qualcosa. L’inazione e l’ammissione di non avere il controllo possono essere difficili da tollerare. Il pensiero magico offre allora una spiegazione, un gesto o una sensazione immediata di controllo. Non sempre, però, ciò che riduce l’incertezza ci avvicina alla verità.

La risposta più affidabile consiste nel riuscire a tollerare almeno provvisoriamente quel vuoto: distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo, cercare prove, confrontare spiegazioni alternative e accettare che, qualche volta, la conclusione più onesta sia semplicemente: non lo sappiamo ancora.

Massimo Polidoro

Massimo Polidoro

Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.