Archeoastronomia: conoscere pietre e stelle per capire il passato. E non solo
STORIA

Archeoastronomia: conoscere pietre e stelle per capire il passato. E non solo

Al Gomitolo Atomico, Giulio Magli, astrofisico e archeoastronomo, racconta come gli astri, il potere e il sacro abbiano modellato l’architettura megalitica dell’antichità, sfatando miti su ciclopi e alieni. Con un invito: alziamo di nuovo lo sguardo al cielo!

uchar per iStock

Che cosa raccontano gli allineamenti astronomici nascosti nelle opere megalitiche del passato, dai nuraghi sardi a Micene, da Hattusa in Turchia ad Alatri nel Lazio, passando anche per le piramidi d’Egitto? Giulio Magli, astrofisico e unico docente italiano di archeoastronomia al Politecnico di Milano, racconta a Massimo Polidoro come i grandi costruttori dell’antichità - né Ciclopi, né alieni - guardassero il cielo per necessità simbolica, religiosa e politica. Perché recuperare il legame tra cielo e Terra può aiutarci a comprendere meglio non solo le civiltà lontane, ma anche ciò che abbiamo perduto nel presente.

Iniziamo dalla base: che cos’è l’archeoastronomia?
L’archeoastronomia cerca di capire scientificamente il contenuto astronomico dell’architettura e dei monumenti del passato, per interpretarne scopi e funzioni. Non si tratta solo di individuare un allineamento architettonico verso una stella, ma di dimostrare che i costruttori erano davvero interessati a quell’astro e che quell’allineamento veicolava anche un contenuto simbolico.

Giulio Magli è stato ospite al Gomitolo Atomico il 18 novembre 2025. Questo articolo è tratto da quella conversazione.

Sei l’unico archeoastronomo italiano?
Non proprio, ma sono l’unico che la insegna, al corso di laurea in architettura del Politecnico di Milano.

Come sei passato dall’astrofisica a questa disciplina?
Mi occupavo di buchi neri, ma alla fine degli anni Novanta le scoperte nella piramide di Cheope a Giza, che hanno rivelato l’interesse degli Egizi per le stelle, mi hanno affascinato profondamente e ho deciso di approfondire questo campo di studi.

Il tuo ultimo libro si intitola Il tempo dei ciclopi. Chi sono questi ciclopi?
Non il Polifemo dell’Odissea, ma figure mitologiche di forza e statura straordinaria che autori come Pausania indicavano come costruttori di opere architettoniche spettacolari. Di fronte alle costruzioni “ciclopiche” viene spontaneo chiedersi chi le abbia realizzate. Non i ciclopi e nemmeno gli alieni, ma persone molto motivate: dobbiamo capire non solo le loro tecniche, ma anche le loro motivazioni.

Cosa ti ha attratto di queste costruzioni così grandi?
Non mi convinceva l’idea che fossero solo difensive: le mura megalitiche vengono spesso paragonate ai castelli medievali, ma è un’analogia fuorviante. Nell’Età del bronzo, l’uso di tecniche così complesse e di macigni così difficili da trattare doveva essere legato al pensiero religioso e al potere. C’è un simbolismo difficile da decodificare, e questo lo trovo straordinariamente affascinante.

Ti sei concentrato sulle civiltà megalitiche del Mediterraneo.
Sì. La tradizione megalitica inizia all’inizio dell’Età del bronzo in Sardegna, che conta tra gli 8.000 e i 9.000 nuraghi, datati tra il 2000 e il 1700 avanti Cristo. Prosegue in tutta l’Età del bronzo e compare in Grecia, con Micene e Tirinto, e in Turchia, ad Hattusa, capitale degli Ittiti. L’Età del bronzo finisce drammaticamente attorno al 1000 avanti Cristo, ma la tecnica megalitica riaffiora verso il settimo secolo, arrivando fino all’Ellenismo. Il Mediterraneo è un’area geografica ben definita dove questa tecnica attraversa secoli di storia e civiltà diverse.

La Porta dei Leoni di Hattusa, la capitale dell'impero ittita, Bogazkale (Corum), Turchia.
© Esin Deniz - iStock
La Porta dei Leoni di Hattusa, la capitale dell'impero ittita, Bogazkale (Corum), Turchia.

Quali sono le costruzioni più antiche che hai analizzato?
Uno dei luoghi più affascinanti è Monte Baranta, in Sardegna, datato tra il 2004 e il 2002 avanti Cristo. C’è una muraglia che taglia la cima della collina, e la prima impressione è difensiva, ma accanto c’è un grande circolo di pietre simile a quelli del nord Europa: in realtà era un luogo sacro. Quelle culture non erano per niente primitive, avevano già un’immaginazione e un simbolismo raffinati.

Come possiamo esserne certi?
Siamo Sapiens come lo eravamo 40.000 anni fa: non c’è stata alcuna evoluzione cerebrale che ci rende più intelligenti. Un genio poteva nascere allora come oggi. Qualcuno inventò la raffinatissima tecnica poligonale, in cui i blocchi con cinque, sei o sette lati si incastrano perfettamente: è un salto tecnico e di pensiero senza precedenti, un’evoluzione culturale, non biologica. Non servono gli alieni per spiegarla.

Stai cercando di ricostruire quelle tecniche?
Sì, in Sardegna, attraverso il progetto NURTIME, che mira a ricostruire un nuraghe con le tecniche antiche. I nuraghi sono grandi torri con spessori di cinque o sei metri, alte in origine fino a venti. Abbiamo già spostato un menhir di tre tonnellate e mezzo con l’aiuto di cinquanta o sessanta persone. È un lavoro difficilissimo: bisogna coordinare gli sforzi, evitare che si rompano funi e strumenti e controllare il movimento del masso. Per sollevare un architrave da una tonnellata ci abbiamo messo un giorno intero. Con serietà e umiltà si comincia a capire che non esistono misteri irrisolvibili, ma problemi concreti e affascinanti.

Qual è l’enigma che non abbiamo ancora risolto?
Perché non costruivano con blocchi squadrati, dato che sapevano farlo? Invece questi muri sono composti da blocchi enormi, tagliati con molti spigoli e incastrati tra loro. Erano sicuramente antisismici, perché i piani di posa ondulati permettono l’oscillazione, ma non tutte queste costruzioni si trovano in zone sismiche: c’erano dunque anche motivazioni estetiche e simboliche.

C’è nel Mediterraneo qualcosa di paragonabile a Stonehenge, opera megalitica che ha un documentato contenuto simbolico e astronomico?
Sì, l’esempio più attendibile sono le Tombe dei Giganti in Sardegna. Viste dall’alto, hanno la forma inconfondibile di un bucranio, la testa di un toro, segno di una religione in cui il principio maschile era legato a quell’animale. Quasi tutte queste tombe sono inoltre orientate verso il sole che sorge: un dato troppo ricorrente per essere casuale.

Perché hai detto che queste tombe “sopravvivono”?
Perché all’inizio dell’Ottocento un decreto sabaudo impose la recinzione dei campi, e per costruire i muretti vennero saccheggiati nuraghi e Tombe dei Giganti. Fu un disastro per l’archeologia sarda: Ancora oggi si trovano pietre provenienti da quei monumenti riutilizzate nei muretti di campagna.

Alcune di queste opere erano anche osservatori astronomici?
Il termine è pericoloso. Nell’Età del Bronzo non esisteva una separazione netta tra astronomia, religione e ciò che oggi chiameremmo astrologia. Tuttavia queste popolazioni osservavano il cielo con grande precisione e cercavano di misurare i cicli celesti, come la durata dell’anno solare. Lo dimostrano allineamenti sofisticati, come quelli dell’acropoli di Alatri, in Lazio, orientata verso il solstizio d’estate.

Come si distingue un allineamento intenzionale da uno casuale?
Con la statistica: se su cento Tombe dei Giganti novanta sono orientate verso il sole che sorge, è estremamente improbabile che sia casuale. È più difficile sostenere l’intenzionalità per casi unici, come il Pantheon di Roma. Posso dimostrare tecnicamente che il 21 aprile, giorno della fondazione di Roma, il raggio di sole che attraversa il loculo in cupola a mezzogiorno illumina chi entra nel tempio in quel momento: è un’evidenza simbolica chiara, ma la prova definitiva non ce l’ho.

Tomba dei giganti di Coddu Vecchiu con pietre tombali anteriori vicino ad Arzachena. Il 90 per cento di queste Tombe in Sardegna sono orientate verso il sole che sorge. È difficile che sia un caso!
© Bernard Bialorucki - iStock
Tomba dei giganti di Coddu Vecchiu con pietre tombali anteriori vicino ad Arzachena. Il 90 per cento di queste Tombe in Sardegna sono orientate verso il sole che sorge. È difficile che sia un caso!

Ti è capitato di essere trascinato in ambiti pseudoscientifici?
Eccome. C’è chi cade nella numerologia e chi sbaglia per via della precessione, quel movimento dell’asse terrestre che compie un giro in 26.000 anni e sposta la posizione di ogni stella nel corso dei secoli. Se si dimenticano le datazioni archeologiche e si manipola il cielo antico a piacimento, prima o poi si trova qualsiasi allineamento desiderato. È un errore molto comune.

L’archeoastronomia può avere un ruolo oggi?
Sì, mi ha colpito il memoriale dell’11 settembre a Baltimora: il monumento è progettato in modo che ogni anno, in quella data, l’ombra dell’edificio scorra sulle iscrizioni seguendo la cronologia degli attentati alle Torri Gemelle. È una sorta di meridiana contemporanea. Un modo profondo e antico insieme di usare l’archeoastronomia per ricordare.

Abbiamo perso la capacità di guardare il cielo?
Purtroppo sì. Abbiamo perso nozioni elementari come il ciclo solare, che pure è vitale per noi. I miei studenti di architettura spesso non riescono a rispondere a domande di astronomia molto semplici che pongo provocatoriamente a lezione. È qualcosa che sembra non riguardarci più. E forse recuperare quello sguardo verso il cielo è una delle lezioni più preziose che il passato può ancora offrirci.

L’ultimo libro di Giulio Magli si intitola Il tempo dei Ciclopi – Civiltà megalitiche del Mediterraneo (Mondadori, 2025).*

*Ogni acquisto di libri attraverso i link di questa pagina ci dà una piccola commissione. Grazie per sostenere Lucrezio anche in questo modo.