Non può esserci piena libertà per le donne senza autonomia economica. Ecco perché è importante imparare ad affrontare il tema del denaro senza imbarazzo e senso di inadeguatezza. Ci spiega come e perché la giornalista e scrittrice Annalisa Monfreda.
Dalla disparità salariale al lavoro di cura non pagato, fino all’accesso al credito, l’economia continua a poggiare su squilibri antichi che hanno sempre penalizzato le donne. Annalisa Monfreda, giornalista e fondatrice di Rame, una piattaforma multi canale che vuole rendere accessibile a tutti il benessere finanziario, racconta al Gomitolo Atomico perché il rapporto delle donne con il denaro non è una questione privata né una semplice lacuna di educazione finanziaria. Imparare a riconoscere gli squilibri che strutturano le relazioni economiche e a parlare apertamente di soldi è il primo passo per cambiare il sistema.
Perché parlare di denaro crea ancora tanto imbarazzo, soprattutto fra le donne?
È proprio così: io stessa non ne ho parlato per quarant’anni. Eppure, quando dirigevo Donna Moderna, ogni volta che pubblicavamo un contenuto sui soldi registravamo moltissimo interesse. Questo mi ha fatto capire che la curiosità verso il tema c’era. Allora ho iniziato a interrogarmi su quale fosse il modo giusto per affrontarlo. Per le donne, ma in verità per tutti e tutte: c’è in imbarazzo generalizzato a parlare di denaro che ha radici storiche e culturali molto profonde.
Annalisa Monfreda è stato ospite al Gomitolo Atomico il 10 giugno 2025. Questo articolo è tratto da quella conversazione.
Il denaro è anche un linguaggio attraverso il quale la società attribuisce valore. È questa una delle ragioni per cui le donne vengono pagate meno?
La disparità salariale ha origini antichissime. In un documento dell’epoca sumera, agli uomini impiegati come braccianti venivano corrisposti sessanta sila di grano, alle donne trenta: un divario del cinquanta per cento. Questo ci dice che il gender pay gap appartiene alla struttura stessa del sistema patriarcale. Con la nascita del sistema capitalistico, già verso la fine del Cinquecento, le donne sono state allontanate dall’economia monetaria. Pian piano, ha iniziato a crearsi una divisione di lavori nettissima, che prima non c’era. A loro sono state affidate le attività non remunerate – crescere i figli, occuparsi della casa, sostenere l’economia informale –, mentre agli uomini è toccato il lavoro pagato. Nell’Ottocento la retribuzione dell’operaio comprendeva idealmente anche il mantenimento della moglie. La disparità salariale, dunque, è incorporata nell’organizzazione economica e sociale.
Che ruolo ha, in questo squilibrio, il lavoro di cura non pagato?
Un ruolo decisivo. Il PIL non conteggia il lavoro domestico e di cura, benché tutta l’economia si regga anche su di esso. Se le donne non crescessero figlie, non facessero le faccende di casa per cinque ore al giorno contro le due dei partner, non esisterebbe la possibilità per l’uomo di produrre reddito. Da questa situazione, emergono conseguenze anche nel lavoro retribuito: una donna può essere considerata meno “conveniente” perché potrebbe diventare madre e assentarsi. Se il lavoro domestico fosse distribuito equamente e i padri utilizzassero congedi e permessi quanto le madri, la genitorialità non sarebbe più un costo attribuito soltanto alle lavoratrici. La parità salariale passa anche dalla parità dentro casa.
Nel tuo libro racconti soluzioni concrete escogitate dalle donne per riconoscere il valore di quel lavoro invisibile. Quale ti ha colpito di più?
Una donna mi ha raccontato che, durante un periodo in cui non percepiva uno stipendio e si occupava intensamente della casa, si era fatta pagare dal marito per quelle ore. Può sembrare una soluzione insolita, ma poter disporre di denaro proprio è molto diverso dal sentirsi dire: “Compra ciò che vuoi con i soldi comuni”. L’autonomia non riguarda soltanto la possibilità teorica di spendere, ma il potere effettivo di decidere. Non è una formula valida per tutte le coppie, ma rende visibile ciò che di solito rimane nascosto: il lavoro domestico genera valore economico, anche quando non è retribuito e non compare nelle statistiche.
Quali interventi collettivi possono ridurre le disuguaglianze economiche tra uomini e donne?
La trasparenza salariale è fondamentale, perché obbliga le organizzazioni a misurare differenze che spesso non vedono. La discriminazione agisce soprattutto attraverso automatismi, prassi e criteri apparentemente neutrali. Rendere i dati visibili permette di riconoscere il sistema e correggerlo. Un altro terreno decisivo è l’accesso al credito. Le imprese guidate da donne ottengono spesso ottimi risultati, eppure ricevono finanziamenti con più difficoltà. Succede anche quando una donna chiede un mutuo. Conoscere questi dati può servire per correggere queste prassi e creare maggiore equità.
Oltre ai salari e al credito, quali altri fattori alimentano la povertà femminile?
La povertà di genere nasce dalla disparità salariale, ma viene aggravata da molti altri fattori. La salute femminile, per esempio, è stata studiata meno e la medicina assume spesso il corpo maschile come modello. Le donne si ritrovano spesso ad affrontare percorsi diagnostici più lunghi e costosi. C’è poi quella che chiamo beauty tax: alle donne si chiede di investire nell’aspetto; se non lo fanno, rischiano di essere giudicate meno adeguate anche professionalmente. La disuguaglianza economica nasce così dall’accumulo di molti costi e svantaggi, sui quali si può intervenire con politiche pubbliche, cambiamenti sociali e consapevolezza individuale.
Possiamo parlare davvero di libertà femminile senza parlare di soldi?
No. È importante aiutare una donna a riconoscere una relazione violenta e invitarla a uscirne, ma come può farlo se non possiede il denaro necessario per vivere altrove e mantenersi? L’autonomia economica non garantisce da sola la libertà, ma senza autonomia molte scelte restano soltanto teoriche. Dobbiamo recuperare il denaro come strumento: non misura il valore di una persona, ma può ampliare il suo spazio di scelta.
Che cosa cambia quando le donne cominciano a parlare apertamente di denaro?
Prima di tutto diminuiscono il senso di colpa e quello di inadeguatezza. Sul tema denaro molte donne sperimentano una forte sindrome dell’impostora, come se gli altri sapessero sempre più di loro. Ma la differenza nell’alfabetizzazione finanziaria fra uomini e donne è molto più piccola di quanto si racconti. Capire di poter imparare e decidere quanto gli altri trasforma già la relazione con i soldi. Nella comunità di Rame abbiamo visto donne cominciare a investire, aprire un conto personale e discutere con il partner criteri più equi per le spese comuni. Dividere tutto a metà non è sempre giusto, soprattutto se una persona svolge una quota maggiore di lavoro non pagato. Bisogna rendere esplicite le condizioni della relazione economica e costruire accordi consapevoli. Anche parlare di retribuzioni con colleghi e amici è trasformativo. Conoscere gli stipendi degli altri ci prepara alla negoziazione e ci aiuta a separare due cose diverse: quanto veniamo pagati e quanto valiamo come persone.
È da questa esigenza che è nato Rame?
Sì. Rame è nato per cambiare la conversazione sui soldi attraverso podcast, newsletter, eventi e anche attraverso una community. Il confronto e la conoscenza sono fondamentali in tutti i campi. Io mi sono avvicinata a questi temi studiando economiste come Mariana Mazzucato, Esther Duflo e Claudia Goldin - le ultime due hanno vinto anche il premio Nobel: mi hanno aiutata a vedere ciò che il pensiero tradizionale aveva lasciato ai margini. È anche per questo che la presenza delle donne nell’economia conta: punti di vista differenti rendono visibili problemi a lungo ignorati.
Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.
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