Studiare l'universo ci insegna quanto siamo speciali
L’esplorazione spaziale ha comportato un incredibile progresso della conoscenza umana, ma ci ha fatto anche scoprire quanto è preziosa la nostra Terra. Ne parliamo con Amedeo Balbi, astrofisico all’università di Tor Vergata.
NASA/JPL-Caltech
Negli ultimi cento anni abbiamo scoperto che esistono due trilioni di galassie oltre la nostra, che ci sono migliaia di pianeti fuori dal sistema solare, che i buchi neri non solo esistono, ma sono anche fotogenici, e che le lune di Giove e Saturno potrebbero contenere forme di vita. Una delle scoperte più importanti riguarda però la Terra stessa. Ne è convinto Amedeo Balbi, astrofisico, divulgatore scientifico e saggista, che in questo dialogo con Massimo Polidoro per Il Gomitolo Atomico ci racconta che cosa sappiamo oggi grazie allo studio dello spazio.
Qual è la cosa più incredibile che abbiamo capito andando nello spazio?
Ti sorprenderò forse, ma credo che non riguardi tanto stelle o galassie, bensì la Terra. Studiando l’universo e altri pianeti capisci infatti quanto sia particolare il nostro, e noi abbiamo capito che l’esistenza del nostro pianeta, così come lo abitiamo noi umani, è il risultato di avvenimenti straordinari, è l’esito di tantissimi fattori che si sono incastrati in modo casuale rendendola abitabile. Ti faccio un esempio che chiarisce questa idea: Marte, in origine, era molto simile alla Terra, avrebbe potuto ospitare la vita, invece è diventato un deserto orribile e ostile. E qualcosa di molto simile si può dire anche di Venere.
Amedeo Balbi è stato ospite al Gomitolo Atomico il 29 aprile 2025. Questo articolo è tratto da quella conversazione.
L’abitabilità della Terra potrebbe quindi essere un evento unico nell’universo?
C’è chi lo ipotizza. Ne sarei deluso, ma non sorpreso. Le stelle sono tantissime, è vero, ma è una questione di probabilità. Se un evento è altamente improbabile, non è detto che si ripeta. Se prendi un mazzo di 52 carte e lo mischi tantissime volte, è praticamente impossibile ottenere una seconda volta la stessa sequenza. E questo è un esempio che coinvolge un numero piccolo di fattori. Quando hai a che fare con qualcosa di così complicato come la vita, come il prolungarsi dell’abitabilità di un pianeta, non sarebbe così sorprendente scoprire che la Terra è l’unico posto dove ciò è stato possibile. Spero che non sia così, ho ancora fiducia che non lo sia, ma se dovesse essere così non mi stupirei.
Siamo soli nell’universo, allora?
Non lo sappiamo. Ma siamo i primi esseri umani nella storia dell’umanità che potrebbero avere una risposta, o che hanno almeno gli strumenti scientifici per cercarne una. Sarà difficilissimo, ma grazie alle ultime scoperte, per cui sappiamo che esistono migliaia di pianeti extrasolari, tutti potenziali obiettivi di osservazione, nei prossimi venti o trent’anni potremmo capire come stanno le cose.
Potrebbero esserci tracce di vita anche all’interno del sistema solare?
Non è da escludere. Fino a qualche decennio fa il sistema solare sembrava abbastanza desolato, a parte la Terra. Oggi abbiamo allargato le possibilità. Marte è storicamente il candidato principale, dove potrebbero esserci organismi microscopici resistenti o tracce fossili di vita passata. Ma grazie alle sonde Voyager abbiamo scoperto che alcune lune di Giove e Saturno hanno oceani liquidi sotto la crosta ghiacciata: mondi difficilissimi, ma che possiedono uno dei requisiti indispensabili per la vita, l’acqua. Ci sono missioni in corso o in progetto per esplorare tutto questo - Europa Clipper della Nasa, Juice dell’Esa - e in futuro potremmo mandare dei lander su una di queste lune ghiacciate. L'esplorazione è lenta e complicata, ma potremmo vedere dei risultati. Chissà.
C’è anche chi è convinto che gli alieni siano già qui tra noi…
Non c’è nessuna evidenza che le cose siano così. Non riesco a capire come si possa pensare che qualcuno voglia tenere nascosta una cosa del genere. Qualunque scienziato metterebbe in gioco la propria carriera per scoprire prove dell’esistenza di altra vita per poi condividerle.
Quanto è cambiato lo studio dello spazio nel corso della tua carriera?
Tantissimo, ed è abbastanza impressionante il progresso della conoscenza. Appena un secolo fa non sapevamo che esistessero altre galassie oltre alla nostra: guardavamo il cielo e pensavamo che quello fosse tutto ciò che c’era da vedere. Poi nel 1924 abbiamo scoperto la prima galassia esterna alla nostra e oggi ne conosciamo due trilioni. Quando mi sono laureato, nel 1995, era appena stato scoperto il primo pianeta extrasolare: avevo studiato senza sapere che esistessero altri pianeti intorno ad altre stelle. Negli ultimi anni ne abbiamo trovati migliaia. Ho visto accadere cose che menti molto più brillanti della mia avrebbero solo sognato di vedere.
Quali sono i punti fermi più importanti emersi negli ultimi dieci anni?
Direi tre grandi avvenimenti. Il primo è stata la rivelazione delle onde gravitazionali, previste un secolo fa e inseguite per decenni con uno sforzo sperimentale incredibile: quando siamo riusciti a provarne l’esistenza è stata una cosa epocale. Il secondo avvenimento è legato alla prima immagine di un buco nero - prima quello in un’altra galassia, poi quello supermassivo nel nucleo della nostra - oggetti la cui esistenza sembrava quasi impossibile da immaginare fino a qualche decennio fa. Il terzo è la scoperta di un pianeta attorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole: non troveremo mai un pianeta extrasolare più vicino di quello. È il nostro vicino di casa cosmico e simboleggia il progresso enorme nella scoperta di mondi intorno ad altre stelle.
Qual è stato il principale motore di questa accelerazione della conoscenza?
L’osservazione e gli strumenti per fare ricerca. Galileo, poco più di quattro secoli fa, usò per la prima volta un cannocchiale per guardare il cielo e in poche notti scoprì cose che nessuno aveva mai visto. Il progresso della scienza funziona sempre così: ogni passo in avanti è legato a un progresso nella tecnologia e nei metodi di indagine. L’accelerazione scientifica dell’ultimo secolo è molto legata all’incredibile accelerazione tecnologica della nostra società.
Come vivi questa stagione straordinaria?
A volte mi chiedo se la nostra epoca non sia davvero una delle più incredibili nella storia dell’umanità. L’evoluzione delle conoscenze è stata abbastanza graduale nel corso del tempo, poi c’è stata un’impennata incredibile: nell’arco della vita di una persona si è passati dal vedere volare una mongolfiera all’andare sulla Luna. L’esplorazione del sistema solare ha avuto un progresso straordinario. Facciamo cose impensabili fino a pochissimo tempo fa, e continueremo a farne perché molte sono ancora in via di sviluppo.
VEDI ANCHE - La puntata del Gomitolo Atomico del 4 novembre 2025 con Paolo Attivissimo e dedicata alle missioni lunari.
Puoi raccontarci la storia delle sonde Voyager, pietre miliari dell’esplorazione spaziale?
È una storia direi quasi romantica. Sono state lanciate verso la fine degli anni Settanta, hanno impiegato alcuni anni per raggiungere Giove e Saturno. Oggi sono fuori dal sistema solare e continueranno a vagare nel buio della Via Lattea per un milione di anni. La parte più romantica è che chi le ha progettate, Carl Sagan e la sua squadra, vi ha inserito un disco d’oro che contiene testimonianze della nostra esistenza: suoni, foto, informazioni sulla Terra e sul sistema solare. È una sorta di messaggio in bottiglia che probabilmente nessuno raccoglierà mai, ma è commovente pensare che ci saranno queste testimonianze della nostra specie anche quando noi umani non ci saremo più.
La visione di città su Marte e stazioni orbitanti è ancora viva?
No, è stata accantonata e direi superata. Era una visione nata nell’ottimismo degli anni Sessanta, nell’idea che se avessimo consumato le risorse della Terra avremmo potuto cercarle nello spazio. Oggi sono molto più critico su questa prospettiva: non solo penso che sia illusorio credere di poter risolvere i problemi della Terra con questa scappatoia, ma non la trovo nemmeno desiderabile. Diverso è parlare di esplorazione spaziale per fare ricerca, per ampliare la conoscenza, per capire meglio come affrontare le sfide che abbiamo davanti qui sulla Terra. Quello è l’obiettivo da perseguire.
Tornando sulla Terra, quali sfide ci aspettano e come può aiutarci la scienza ad affrontarle?
Uno degli inconvenienti dell’accelerazione incredibile che stiamo vivendo è che toglie i punti di riferimento. Il mondo cambia con una velocità tale che nell’arco di una vita appare completamente diverso. Prima, per esempio, c’era una maggiore stabilità sociale: se iniziavi un progetto - pensiamo alle grandi cattedrali gotiche, ma anche alle missioni Apollo – sapevi che i risultati magari non li avresti visti tu né i tuoi figli. Li avrebbero visti forse i tuoi pronipoti, ma sapevi che li avrebbero capiti perché il loro mondo non sarebbe stato poi così diverso dal tuo. Adesso hai la sensazione che quello che fai oggi potrebbe non essere compreso nemmeno dai tuoi figli domani. Questo toglie molto potere a qualsiasi costruzione di lungo periodo. Inoltre c’è un individualismo estremo ed è difficile trovare una causa che metta d’accordo tutti. Pensa alle sfide che riguardano lo stato del nostro pianeta, i mutamenti climatici: andrebbero affrontati pensando a cento anni nel futuro, con un impegno collettivo. Ma sembra che nessuno abbia la sensazione di poter fare qualcosa con un impatto così lungo. Inoltre si cerca sempre un tornaconto personale. Ed è proprio qui che il metodo scientifico, con la sua capacità di ragionare su scale temporali lunghe, di mettere da parte i pregiudizi individuali e di lavorare collettivamente verso un obiettivo comune, potrebbe essere il modello di azione più prezioso che abbiamo. Non solo capire l'universo, ma salvare il pianeta su cui viviamo.
L’ultimo libro di Amedeo Balbi si intitola Il cosmo in brevi lezioni - Big bang, pianeti, galassie e buchi neri: i segreti dell'astrofisica (BUR Rizzoli, 2024)*
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Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.
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