Jane Goodall e le ragioni per la speranza
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Jane Goodall e le ragioni per la speranza

A un anno dalla scomparsa, ciò che Goodall ci ha lasciato non è un'eredità da custodire, ma una speranza da mettere al lavoro.

Gustavo Caballero/Getty Images

È già passato un anno dalla scomparsa di Jane Goodall, eppure ancora oggi leggere i suoi libri o ascoltare le sue conferenze è un balsamo contro il pessimismo. «Credo molto nel valore della compassione: le persone si cambiano raggiungendo i loro cuori», mi disse al margine della conferenza di Milano del 25 maggio 2025, l’ultima che realizzò in Italia.

Per certi versi, l’intero arco della vita della dottoressa Goodall è stato dedicato a risolvere la profonda dicotomia che si è prodotta tra l’essere umano e la natura che lo circonda, una divisione artificiale che produce inevitabilmente spaesamento e perdita di prospettiva.

Nel corso della sua lunga vita, la Goodall ha assistito a una crescente tensione tra le esigenze di vedere soddisfatti i diritti fondamentali da parte delle popolazioni locali e la necessità di conservare il delicato equilibrio degli ecosistemi.

La sua attenzione ai diritti dell’essere umano nasce insieme a quella per il rispetto del benessere degli animali. Del primo viaggio in Africa ricordava: «Non appena sbarcata a Città del Capo continuavo a vedere, sulle porte e nei bagni, due parole che non capivo. Mi spiegarono che significavano “solo per bianchi”. Non ero stata educata così: a casa avevo imparato a non giudicare le persone per il colore della pelle o per la loro cultura, ma per ciò che sono come esseri umani».

Jane Goodall negli ultimi decenni è stata più una attivista che una scienziata. Il suo luogo era l’Africa, le foreste di Gombe, in Tanzania: quello era il posto in cui si sentiva a casa, in cui avvertiva con chiarezza il proprio senso di appartenenza. Eppure, una serie di eventi l’aveva convinta che la strada da seguire fosse un’altra e che dovesse abbandonare i suoi pur affascinanti studi primatologici.

Era un altro il primate che destava le sue maggiori preoccupazioni: un primate che aveva deciso di utilizzare la propria capacità di proiettarsi nel futuro a proprio beneficio nel breve termine.

Jane Goodall
© Ángeles Méndez García
Jane Goodall allo Starmus Festival di La Palma, aprile 2025.

Motivi di speranza

Fu durante una riunione a Chicago, nel novembre 1986, che comprese come la Jane studiosa e appassionata di natura dovesse contribuire a cambiare la sensibilità del pubblico. A meno di un anno dalla morte violenta, nel 1985, di Dian Fossey, una delle cosiddette “Trimates” di cui faceva parte anche lei, una sorta di triade che, nelle intenzioni dei coniugi Leakey, Louis e Mary, due grandissimi studiosi di antropologia ed evoluzione umana, avrebbe dovuto contribuire a chiarire le presunte linee di confine tra l’essere umano e gli altri primati, Jane era impreparata a ciò che avrebbe visto durante quella conferenza dedicata alle grandi scimmie.

La frammentazione ecologica cui gli interventi umani sul territorio sottoponevano i nostri cugini appartenenti allo stesso clado (termine con cui si indica un gruppo di organismi formato da un antenato comune e da tutti i suoi discendenti) incideva pesantemente sulla diversità biologica e indeboliva inevitabilmente le popolazioni di primati. Stavamo letteralmente recidendo il nostro stesso ramo evolutivo.

La sua capacità di entusiasmare e coinvolgere era eguagliata soltanto dalla sua capacità operativa: il suo ottimismo non era semplicemente quello di chi voleva indossare occhiali rosa nonostante tutto.

Voleva analizzare le ragioni per cui essere ottimisti e sfruttare queste leve per cercare di rallentare ciò che appariva inesorabile, o persino invertire la rotta. E di ragioni ne aveva eccome. Amava suddividere le sue ragioni per la speranza in quattro grandi categorie: l’indomabile spirito umano, l’energia dei giovani, la resilienza della natura e l’incredibile cervello umano.

La lezione di Mr. H

Un esempio che portava sempre con sé era il famoso Mr. H. Quando ebbi la fortuna di intervistarla, nel maggio 2025, durante il suo ultimo viaggio in Italia, il peluche di Mr. H faceva bella mostra di sé sulla scrivania. Era un regalo: un curioso scimpanzé con la coda, evidentemente poco accurato dal punto di vista anatomico, dato che gli scimpanzé ne sono privi. Quando lo vidi, glielo feci notare ironicamente. «Oh, ma chi me l’ha regalato non avrebbe mai potuto sapere che questo peluche ha la coda. Chi me l’ha regalato è una persona che ha perso la vista!».

Jane Goodall
© Thomas E. Villa
Jane Goodall con il peluche di Mr. H. a Starmus La Palma aprile 2025.

Era per lei un oggetto molto caro, ricevuto da Gary Haun, un ex marine che aveva perso la vista in un incidente d’elicottero. Gary aveva cambiato radicalmente vita e aveva deciso, nonostante la cecità, di dedicarsi alla propria passione: la magia. A vederlo, non si sarebbe mai detto che “The Amazing Haundini” (questo era il suo nome d’arte) fosse non vedente.

Nelle sue conferenze pubbliche, sempre seguitissime e sempre popolate da giovani e giovanissimi “di ogni età”, Mr. H era immancabilmente presente. Era uno dei cardini delle sue “ragioni per la speranza”. «Gary volle persino diventare anche un artista, e si dedicò a quella che definiva “blind art”!».

Questo rappresentava per Jane una vera lezione di ciò che amava definire l’indomabile spirito umano: la capacità di resilienza e di continua reinvenzione. Lo stesso spirito che ci porta a immaginare e perseguire scenari futuri a vantaggio privato e a detrimento della società può diventare, in realtà, una risorsa per riuscire a concepire un futuro in cui ognuno di noi possa lasciare sull’ambiente un’impronta ecologica reversibile.

Radici e germogli

Ma la sua stessa vicenda biografica era un esempio di un fenomenale spirito indomabile.

A sostenerla, molti anni prima, era stato proprio l’incoraggiamento ricevuto da bambina. «A otto anni lessi le storie del dottor Dolittle e volli parlare con gli animali. A dieci comprai Tarzan of the Apes. Mi innamorai di Tarzan: sposò la Jane sbagliata! Fu lì che nacque il sogno: andare in Africa, vivere con gli animali selvatici e scrivere di loro. Quando lo raccontavo, tutti ridevano: “Come pensi di riuscirci? Non hai soldi, l’Africa è lontana e sei solo una ragazza”. Ma mia madre diceva: “Se lo vuoi davvero, dovrai lavorare molto, cogliere ogni occasione e, se non ti arrendi, sono sicura che troverai una strada”».

Non rimase un semplice incoraggiamento: «A diciotto anni andavo benissimo a scuola, ma non potevamo permetterci l’università; così dovetti cercare un lavoro e imparai stenografia e dattilografia». Quando un’amica la invitò in Kenya, lavorò per procurarsi il denaro del viaggio: «Tornai quindi a casa, trovai un posto come cameriera in un albergo dietro l’angolo, lavorai durissimo per cinque mesi e alla fine ebbi abbastanza denaro per partire per il Kenya».

Se l’indomabile spirito umano era il primo punto su cui insisteva, il secondo era rappresentato proprio dal pubblico che la ascoltava, spesso ipnotizzato. Le nuove generazioni costituivano per lei un’opportunità per consolidare il cambiamento, per rendere concreto un mutamento di prospettiva. I giovani, infatti, hanno energia e volontà per mobilitarsi e farsi ascoltare, per portare nell’agenda pubblica questioni cui dare seguito.

Il progetto a cui Jane Goodall era forse più legata era proprio “Roots & Shoots”, “Radici e Germogli”, che puntava sui più giovani per offrire loro uno spazio in cui contribuire concretamente al cambiamento sociale, ambientale o a favore degli animali. Ogni “adulto del futuro” di Roots & Shoots è libero di seguire la propria inclinazione e di dedicare le proprie energie alle battaglie che sente più vicine.

Fu Goodall a spiegarmi che cosa significasse, in pratica, lasciare l’iniziativa ai ragazzi: «Dare ai giovani la libertà di scegliere i propri progetti. Perfino un bambino di due anni mostra preferenze: piantare alberelli oppure aiutare gli animali. Ogni gruppo sceglie un progetto per gli animali, uno per le persone e uno per l’ambiente. Sentire proprio il progetto genera passione; la passione spinge all’azione». «Solo in Cina», aggiungeva, «abbiamo più di 1.500 gruppi, centinaia di migliaia in tutto il mondo, e abbiamo appena cominciato in Ucraina».

Jane Goodall posa durante un ricevimento in onore del 20º anniversario del Disney Conservation Fund, il 18 aprile 2016 a Orlando, in Florida.
Jane Goodall posa durante un ricevimento in onore del 20º anniversario del Disney Conservation Fund, il 18 aprile 2016 a Orlando, in Florida.

Prendersi cura

Il terzo punto fondamentale era la natura, capace di mostrare inattese possibilità di adattamento al cambiamento, purché le specie più invasive le concedano il tempo di esplorare le possibilità a sua disposizione.

Del suo legame con la natura parlava anche in termini personali: «Nella foresta sento sia l’interconnessione biologica di tutto, sia una presenza spirituale».

Quattro anni dopo la conferenza di Chicago, la dottoressa Goodall sorvolò il Gombe National Park e l’area circostante a bordo di un piccolo aereo. Nel 1960, quando aveva iniziato a studiare gli scimpanzé, Gombe faceva parte di una fascia forestale molto più estesa; trent’anni dopo, il parco era diventato una piccola isola verde circondata da colline quasi completamente spoglie.

Di quel sorvolo mi parlò in prima persona: «L’idea mi venne sorvolando il Parco nazionale di Gombe Stream, in Tanzania: vidi pendii spogli dove prima c’era la foresta».

Fu quello che Goodall descrisse come una sorta di secondo momento sulla via di Damasco, in cui fu folgorata dalla visione diretta di ciò che l’essere umano stava facendo alla natura. Il terreno agricolo circostante era sovrasfruttato e impoverito; sulle pendici più ripide l’erosione era grave e i corsi d’acqua si caricavano di sedimenti. L’isolamento delle comunità di scimpanzé rendeva sempre più difficile il contatto tra le popolazioni e ne minacciava la diversità genetica.

Mi descrisse il problema e la sua proposta concreta: «L’avanzata umana isola i gruppi. A Gombe c’erano circa 150 scimpanzé in tre comunità, con rischio di consanguineità. Stiamo creando corridoi di habitat; finora quattro femmine immigrate hanno portato nuovi geni».

Decise allora di mettere a frutto la propria capacità di ascolto per comprendere quali fossero le cause di un disboscamento tanto feroce. Con sua grande sorpresa, comprese che le ragioni che portavano le popolazioni locali ad abbattere i meravigliosi alberi intorno a Gombe, pur non essendo condivisibili, erano almeno comprensibili se osservate dal punto di vista di chi viveva in condizioni di estrema povertà.

Il nesso, nelle sue parole, era immediato: «Capimmo che, se la popolazione locale non può soddisfare i propri bisogni fondamentali senza distruggere la foresta, non potremo salvare gli scimpanzé».

Nel 1994 nacque così il progetto TACARE, il cui nome giocava anche con l’espressione inglese “take care”, “prendersi cura”, interamente orientato a creare possibilità di sviluppo sociale ed economico che non passassero attraverso la distruzione ecologica. Il progetto TACARE punta oggi sul recupero della fertilità agricola, sulla sanità, sull’istruzione, sul microcredito, sulle borse di studio per le ragazze, sulla pianificazione familiare e sulla creazione di nuove opportunità economiche.

Goodall raccontava come si diede forma a quell’ascolto: «Con l’intuizione del brillante George Strunden, sette tanzaniani, non esperti stranieri, chiesero a dodici villaggi di che cosa avessero bisogno: raccolti migliori, scuole, assistenza sanitaria. Poi aggiungemmo borse di studio per le ragazze e microfinanza ispirata alla Grameen Bank di Muhammad Yunus». E sul senso dei prestiti insisteva: «Quando un prestito viene restituito, il denaro diventa loro: orgoglio, non carità».

Il risultato? Oggi, chi sorvolasse il Gombe Stream National Park vedrebbe nuovamente il verde di foreste che stanno ricrescendo sulle colline intorno al parco.

Jane stessa raccontava quel recupero: «Gli abitanti hanno imparato che coltivare sui pendii ripidi causa erosione; proteggere gli alberi significa proteggere il proprio futuro. Le foreste stanno tornando, poco a poco». E avvertiva: «Il grande ostacolo è la corruzione; per questo l’educazione, soprattutto dei bambini nei Paesi consumatori, è fondamentale».

Guarda il nostro ricordo di Jane Goodall, insieme alle considerazioni di Silvia Lazzaris

Ridefinire l’essere umano

Il quarto punto su cui Goodall insisteva molto era l’incredibile capacità del cervello umano di inventare soluzioni innovative a problemi inattesi.

La plasticità cerebrale umana è uno dei tratti più sorprendenti della nostra specie, e potrebbe essere sorprendente che sia proprio Jane Goodall ad esprimersi in questi termini sulle nostre capacità intellettive astratte, proprio lei che è andata per tutta la vita alla ricerca delle falle nelle nostre autoindulgenti definizioni dell’intelligenza umana.

Eppure per Goodall era proprio nelle potenzialità del cervello che potevamo ritrovare le risorse per costruirci un futuro: abbiamo a disposizione una macchina meravigliosa per visualizzare futuri possibili e tradurre quelle immagini in azioni concrete volte a realizzarli.

Quando ebbi la fortuna di intervistare la dottoressa Goodall, durante la festa buddista Vesak del 25 maggio 2025, non potei esimarmi dal farle una domanda in proposito: «Dottoressa Goodall, che cosa ci rende davvero umani? Non è forse l’intelligenza?»

«Noi siamo intellettuali, è vero, ma non siamo sempre intelligenti... altrimenti non saremmo qui a distruggere il pianeta!», rispose.

Secondo gli antropologi e paleontologi britannici Mary e Louis Leakey, che scommisero sul talento della giovane Jane, forse una delle caratteristiche distintive dell’essere umano era proprio la capacità di concepire una tecnologia. Venne così proposto il nome Homo habilis per l’ominide capace di creare strumenti per sfruttare le potenzialità latenti dell’ambiente circostante.

Ma quando Goodall (all’epoca ancora priva ancora di dottorato) si mise a raccogliere i dati sul campo, si trovò di fronte a delle evidenze che non poteva ignorare. Come reagì Jane quando scoprì che molti comportamenti di apparente appannaggio umano sono in realtà condivisi con altri primati?

«Avevo letto The Mentality of Apes di Wolfgang Köhler e i suoi studi sulla gestalt, perciò in parte me lo aspettavo, ma allora la scienza occidentale sosteneva che soltanto gli esseri umani fabbricassero strumenti». Sul famoso scimpanzé David Greybeard, ricordava: «A volte staccava un ramoscello con le foglie e, per trasformarlo in uno strumento, lo sfrondava con cura. Aspettai di vederlo due volte, nel caso me lo fossi sognato. Poi ne fui certa: David e il suo amico Goliath pescavano termiti con rametti modificati, usati come strumenti. Fu il punto di svolta di tutta la mia ricerca».

Jane Goodall e il famoso scimpanzé David Greybeard.
Jane Goodall e il famoso scimpanzé David Greybeard.

Lo scimpanzé aveva modificato deliberatamente un oggetto per sfruttare il comportamento istintivo delle termiti a proprio vantaggio. Gli scimpanzé, dunque, erano in grado di creare strumenti.

La notizia raggiunse Louis Leakey. «Lo avvisai e lui mi rispose con il famoso telegramma: “Ora dobbiamo ridefinire l’uomo, ridefinire lo strumento o accettare gli scimpanzé come esseri umani”. National Geographic finanziò la ricerca: fu una svolta per la mia carriera, perché potei continuare a osservare gli scimpanzé».

Statua di Jane Goodall e David Greybeard
© CC0 1.0
Una scultura dell'artista Marla Friedman che raffigura Jane Goodall e David Greybeard, intitolata "The Red Palm Nut", ed esposta nel giardino del Field Museum di Chicago.

Cercare nuove strade

Anche nella vita sociale degli scimpanzé Goodall riconosceva somiglianze e contraddizioni: «Ho imparato tanto osservandoli. La cosa che più mi ha sorpreso è quanto ci assomiglino. Non parlano, certo, ma comunicano a gesti come noi: si abbracciano, si baciano, chiedono cibo. Le madri si prendono cura dei piccoli come fanno le nostre. E ho scoperto, con grande tristezza, che come noi possono essere molto aggressivi e brutali: i maschi di una comunità possono attaccare e uccidere individui della comunità vicina». Accanto all’aggressività vedeva la cura: «Un grande maschio può adottare un piccolo rimasto orfano e salvargli la vita. Sono creature complesse e magnifiche».

E a proposito di creatività, ricordava gli scimpanzé che dipingevano nel santuario di Tchimpounga: «Ad alcuni piace davvero dipingere. Un maschio tracciava sempre una forma a ventaglio, senza che nessuno glielo avesse insegnato; altri disegnano cerchi intricati. Che sia arte o arricchimento è una questione filosofica, ma i loro stili sono inconfondibili. Credo che la creatività non sia esclusiva degli esseri umani».

Fu molto difficile far sì che la comunità scientifica raggiungesse un consenso sulle scoperte sul campo di Jane Goodall: «Quando tornai in Inghilterra mi fecero studiare all’università per avere un titolo ufficiale. Ricordo che lì mi criticarono perché davo dei nomi agli scimpanzé, ma mi sembrava assurdo: come fai a ricordare se è il numero 3 o il 14? Quando parlai di cultura, mi risposero in maniera circolare: “Gli animali non hanno cultura!”, mi dicevano arrabbiati. Eppure le prove continuavano ad accumularsi».

Ma se non è l’intelligenza, se non è la capacità di creare strumenti o fare arte, se non è la capacità di provare affetto o di avere comportamenti sociali, allora che cos’è che rende speciali gli esseri umani?

Forse la caratteristica più peculiare del genere Homo, per Jane Goodall, era proprio la possibilità di scegliere di abbandonare il solco precostituito e cercare nuove strade, nuovi comportamenti, una nuova consapevolezza. Come ebbe a dire Piero Angela, «Il futuro non esiste. Esistono molti futuri e dipendono da quello che scegliamo noi con il nostro modo di agire».

L’ottimismo, per Jane, non doveva essere un’emozione aprioristica, soggetta alle fluttuazioni dell’umore. Era una scelta consapevole, fondata su una solida analisi volta a individuare i possibili margini di manovra offerti dalle nostre capacità intrinseche. «Speranza, sì, ma solo se accompagnata dall’azione. Non dobbiamo cedere al pessimismo», diceva. «Altrimenti siamo spacciati».

Thomas E. Villa e Jane Goodall
© Thomas E. Villa
Thomas E. Villa, l'autore di questo articolo, insieme a Jane Goodall, a Milano, il 25 maggio 2025.

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Thomas Emilio Villa

Thomas Emilio Villa

Giornalista scientifico e culturale, scrive per testate italiane e internazionali ed esplora le relazioni tra arte e scienza.