Mary Celeste: 10 persone scomparse nel nulla
Una nave abbandonata, il papà di Sherlock Holmes e un racconto preso per vero: così una tragedia del mare diventò una leggenda. Ecco che cosa sappiamo, e che cosa non sapremo mai
«Nel dicembre dell’anno 1873 la nave inglese Dei Gratia faceva rotta su Gibilterra con a rimorchio il brigantino abbandonato Marie Celeste. Diverse circostanze, connesse con la comparsa e le condizioni di questo vascello abbandonato, provocarono a quel tempo un notevole scalpore e suscitarono una curiosità che non fu mai appagata. […] Sul diario di bordo non c’è alcun accenno a cattivo tempo. Non è stata rinvenuta traccia di lotta o di violenza, nulla che possa spiegare la ragione della scomparsa dell’equipaggio. Come prova della mitezza del tempo facciamo notare che un rocchetto di seta è stato trovato in piedi sulla macchina per cucire. Le scialuppe erano intatte e issate sulla gru».
Altri, in seguito, hanno aggiunto che i soccorritori della Dei Gratia, giunti a bordo del brigantino, avrebbero trovato una zuppa ancora calda nei piatti e un sigaro acceso: ulteriori indizi che la nave era stata abbandonata da poco, per qualche ragione inesplicabile.
Così, la storia della Mary Celeste (questo il suo nome corretto) viene spesso ripetuta. I suoi occupanti sarebbero stati, a seconda dei casi, vittime di un attacco pirata, divorati dagli squali, sbranati da mostri marini, trasportati in una diversa dimensione temporale o rapiti dagli alieni. Qual è la verità?
Una nave in mezzo al mare
Le parole con cui si apre questo articolo furono scritte da Arthur Conan Doyle nel 1884, tre anni prima che creasse il personaggio di Sherlock Holmes. Il racconto, intitolato J. Habakuk Jephson’s Statement, uscì anonimo sul numero di gennaio del Cornhill Magazine. Era un’opera di fantasia ispirata a un fatto vero, e Doyle aveva cambiato parecchi dettagli: il nome della nave, l’anno del ritrovamento (che fu il 1872) e perfino le scialuppe, che nella realtà non erano affatto intatte.
Presentato come la testimonianza di un sopravvissuto, però, il racconto fu preso per vero da molte persone. Il Boston Herald lo ristampò addirittura come una notizia, e il procuratore generale di Gibilterra, che come vedremo aveva condotto l’inchiesta sul caso, sentì il bisogno di smentirlo pubblicamente, definendolo un’invenzione dall’inizio alla fine. Da allora, chi racconta la vicenda della Mary Celeste finisce spesso per prendere per oro colato il resoconto di Doyle.
Nella realtà, il brigantino Mary Celeste, varato in Nuova Scozia nel 1861 con il nome di Amazon, salpò da New York il 7 novembre 1872, diretto a Genova, con un carico di 1701 barili di alcol industriale. A comandarlo c’era il capitano Benjamin Spooner Briggs, comproprietario della nave insieme all’armatore James H. Winchester. Con lui viaggiavano la moglie Sarah e la figlia di due anni, Sophia Matilda, oltre a sette uomini di equipaggio: il primo ufficiale Albert G. Richardson, il secondo ufficiale Andrew Gilling, il cuoco e steward Edward William Head e quattro marinai tedeschi. In tutto, dieci persone.
Circa un mese dopo, la Dei Gratia, un brigantino mercantile canadese partito da New York otto giorni dopo la Mary Celeste e diretto anch’esso verso il Mediterraneo, si trovava a circa 400 miglia a est delle Azzorre. Era il 4 dicembre (alcune fonti indicano il 5, per via del diverso modo di contare i giorni a bordo).
Verso le 13, il capitano David Reed Morehouse notò una vela a qualche miglio di distanza, sulla sinistra rispetto alla prua. La osservò con il cannocchiale e notò qualcosa di insolito: l’imbarcazione tendeva a straorzare e navigava malamente. Quando furono più vicini, si accorse che la nave procedeva con poche vele, alcune delle quali strappate o in pessimo stato.
La cosa più strana, però, era che in coperta non si vedeva nessuno: né al timone né di vedetta. Era chiaro che la nave era alla deriva. Morehouse chiamò ad alta voce e, quando nessuno rispose, incaricò il primo ufficiale, Oliver Deveau, di prendere due uomini e raggiungere il brigantino con una scialuppa per dare un’occhiata. Avvicinandosi, lessero il nome dell’imbarcazione: era la Mary Celeste, partita da New York pochi giorni prima di loro e comandata da Briggs, che secondo alcuni racconti Morehouse conosceva personalmente.
Deveau e il secondo ufficiale, John Wright, salirono a bordo, mentre il terzo uomo restò nella scialuppa. Passarono circa mezz’ora sulla nave. Non c’era nessuno. La Mary Celeste era in discrete condizioni, anche se nella stiva si era raccolto circa un metro d’acqua: nulla che le pompe non avrebbero potuto risolvere in breve tempo. In cambusa c’erano provviste di cibo e acqua sufficienti per sei mesi, ma nulla di cotto né in preparazione. Dunque, niente minestre calde, sigari accesi o rocchetti in bilico.
Il letto del comandante era disfatto e la cabina era bagnata e in disordine. Gli oggetti personali, però, erano al loro posto. Mancavano invece la scialuppa di salvataggio, il sestante, il cronometro e i documenti della nave, a eccezione del giornale di bordo. L’ultima annotazione era del 25 novembre: la nave si trovava a circa sei miglia da Santa Maria, la più orientale delle Azzorre, con l’isola in vista. Nei nove giorni successivi, senza nessuno a bordo, la Mary Celeste aveva dunque navigato da sola per centinaia di miglia.
Deveau riferì a Morehouse quanto aveva visto e gli propose di restare a bordo della Mary Celeste con altri due uomini, per portarla fino a Gibilterra. Si sarebbe potuta reclamare una somma ragguardevole per il salvataggio della nave e del suo carico.
Il comandante esitò: temeva che il tempo peggiorasse e, dividendo l’equipaggio, entrambe le navi avrebbero navigato con pochi uomini. Alla fine, il senso degli affari ebbe la meglio. La Dei Gratia arrivò a Gibilterra la sera del 12 dicembre, la Mary Celeste la mattina seguente. E un minuto dopo iniziarono le polemiche.
Spazio alla fantasia
La nave fu posta sotto sequestro e la corte di Gibilterra aprì un’udienza per stabilire il premio dovuto ai soccorritori. Il procuratore generale, Frederick Solly Flood, si convinse subito che dietro l’abbandono ci fosse un crimine. La sua prima ipotesi fu che l’equipaggio si fosse ubriacato con l’alcol trasportato e avesse massacrato il capitano, sua moglie Sarah, la piccola Sophia e il primo ufficiale. A bordo era anche stata trovata una spada con alcune macchie rossastre. L’ipotesi, però, fu abbandonata: le analisi stabilirono che le macchie non erano di sangue e, soprattutto, quell’alcol, destinato a uso industriale, non era adatto a essere bevuto. Avrebbe provocato forti malori, più che un’allegra ubriacatura.
L’inventivo procuratore immaginò allora un altro scenario. Briggs e Morehouse si erano messi d’accordo per defraudare gli altri proprietari della nave: Briggs aveva eliminato l’equipaggio e poi era stato raccolto da Morehouse. Una volta intascata la ricompensa per il salvataggio, i due capitani se la sarebbero spartita. Il problema, qui, era che Briggs stesso era comproprietario del brigantino e la ricompensa non gli avrebbe risarcito che una parte del suo investimento.
Flood non si rassegnò e arrivò a sospettare Morehouse e il suo equipaggio di avere ucciso gli occupanti della Mary Celeste per riscuotere la ricompensa. Nessuna prova sostenne queste ipotesi, ma i sospetti pesarono. Nel marzo 1873 la corte assegnò ai soccorritori 1.700 sterline, circa un quinto del valore complessivo di nave e carico, stimato in 42.643 dollari: all’incirca 8.500 dollari, un compenso considerato modesto per un salvataggio di quel genere.
Fu solo undici anni dopo, con il racconto di Conan Doyle, che la storia della Mary Celeste tornò a far parlare di sé e le ipotesi su che cosa fosse accaduto al suo equipaggio fiorirono.
Ci fu chi immaginò che Briggs, in preda a una crisi di fanatismo religioso, avesse massacrato la famiglia e l’equipaggio prima di gettarsi in mare. In realtà Briggs era un capitano esperto e rispettato, e a bordo non fu trovata alcuna traccia di violenza.
Altri ipotizzarono che l’equipaggio fosse stato portato via da un gigantesco cefalopode che aveva attaccato la nave. I calamari giganti esistono davvero, ma nessuno di loro avrebbe potuto portarsi via anche la scialuppa, gli strumenti di navigazione e i documenti del capitano, lasciando tutto il resto al suo posto. Piuttosto improbabile.
Sopravvissuti?
Nel 1913 la rivista Strand, la stessa che ospitava i racconti di Sherlock Holmes, invitò chi la leggeva a proporre una soluzione al mistero. Nel numero di novembre pubblicò quelle che sembravano le carte di un sopravvissuto della Mary Celeste: tale Abel Fosdyk, amico di Briggs, imbarcato di nascosto per lasciare in fretta l’America. Nei suoi diari, Fosdyk raccontava che Briggs e il primo ufficiale avevano discusso su quanto bene si potesse nuotare vestiti e si erano tuffati in mare per dimostrarlo. Il resto dell’equipaggio, con la moglie e la figlia del capitano, era salito ad assistere su una piattaforma che Briggs aveva fatto costruire per la sua famiglia. La piattaforma crollò, finirono tutti in acqua e gli squali fecero il resto. Tutti tranne Fosdyk che, aggrappato a un’asse di legno, galleggiò fino a ritrovarsi sulla costa africana.
Oltre che assolutamente improbabile, il resoconto è pieno di errori. Fosdyk attribuisce alla nave 600 tonnellate, più del doppio della stazza reale; descrive un equipaggio inglese, mentre era in gran parte tedesco e americano; e soprattutto non spiega perché mancassero la scialuppa, i documenti e gli strumenti di navigazione.
Nel 1929, Laurence J. Keating affermò nel suo libro The Great Mary Celeste Hoax di avere rintracciato un altro sopravvissuto della Mary Celeste, tale John Pemberton, il cuoco della nave. Nel suo racconto, Pemberton sostiene che durante una tempesta la moglie di Briggs era stata schiacciata dal pianoforte che si era voluta portare sulla nave. Era nata una disputa tra il capitano e chi non aveva fissato il piano come si doveva, e Briggs aveva avuto la peggio. Quindi, gran parte dell’equipaggio era sceso a terra a Santa Maria, e i tre rimasti a bordo, più l’inconsapevole Pemberton, avevano rubato il brigantino. Il piano, stabilito in precedenza, era quello di incontrarsi al largo con Morehouse della Dei Gratia, fingere di far parte del suo equipaggio e poi dividersi la ricompensa per il salvataggio.
Ma anche questa storia era una vera e propria “hoax”, come diceva il titolo del libro: una beffa. Pemberton non esisteva: il cuoco della Mary Celeste si chiamava Edward William Head, era americano ed era scomparso con tutti gli altri. E a bordo non c’era alcun pianoforte, ma un melodeon, un piccolo organo a mantice. Keating si era inventato tutto per rendere più accattivante il suo racconto di fantasia.
Un mistero ancora aperto
Come andarono allora veramente le cose? Ogni ipotesi deve tenere conto del fatto che la scialuppa mancava: la nave, dunque, era stata abbandonata volontariamente. Il letto disfatto e il disordine nella cabina suggeriscono che l’abbandono avvenne di fretta, ma non nel panico, visto che gli occupanti riuscirono a portare con sé documenti e strumenti di navigazione. Il fatto che lasciarono a bordo pipe, vestiti e perfino gli stivali cerati suggerisce che l’equipaggio si aspettasse di tornare sulla nave.
Perché allora lasciarla? Alcuni suggerirono che il cibo fosse contaminato dalla segale cornuta, un fungo che aggredisce la segale e provoca allucinazioni. Forse l’equipaggio saltò in mare in preda al delirio? Non è possibile, visto che i marinai della Dei Gratia si nutrirono dello stesso cibo finché non portarono la nave a Gibilterra.
La Mary Celeste non era danneggiata: poteva esserci qualche altro pericolo a bordo? In realtà sì. Si scoprì che nove dei 1701 barili erano vuoti: erano fatti di quercia rossa, un legno più poroso della quercia bianca usata per gli altri. Già l’armatore Winchester aveva ipotizzato che i vapori dell’alcol, filtrati dalle botti, si fossero accumulati nella stiva. Secondo lo storico Conrad Byers, Briggs, che non aveva mai trasportato un carico del genere, avrebbe fatto aprire la stiva e, investito dai vapori e temendo un’esplosione, avrebbe ordinato a tutti di salire sulla scialuppa, in attesa che il pericolo passasse. La scialuppa sarebbe rimasta legata alla Mary Celeste con una cima; ma il vento si alzò, la cima cedette e la nave si allontanò. Si può solo immaginare l’angoscia di quelle dieci persone, che vedevano la loro nave allontanarsi mentre il mare si faceva sempre più grosso.
L’obiezione classica a questa ipotesi è che un’esplosione avrebbe lasciato bruciature, mentre a bordo non ce n’era traccia. Nel 2006, però, il chimico Andrea Sella, dell’University College London, ricostruì in laboratorio un modello della stiva e dimostrò che un’esplosione di vapori poteva produrre una spettacolare fiammata senza bruciare nulla: abbastanza per spaventare chiunque, non abbastanza per lasciare segni.
C’è anche un’altra ricostruzione, proposta in un documentario del 2007: un cronometro difettoso avrebbe portato Briggs a sbagliare i calcoli sulla posizione, e il mare grosso, unito a una pompa intasata, gli avrebbe fatto temere che la nave imbarcasse acqua. Con Santa Maria finalmente in vista, la mattina del 25 novembre, abbandonare la nave e raggiungere terra con la scialuppa poteva sembrare la scelta più prudente. Nessuna di queste ricostruzioni può essere dimostrata, ma entrambe spiegano i fatti senza bisogno di mostri, pirati o alieni.
Quanto alla nave, continuò a navigare per altri dodici anni, passando di proprietario in proprietario. Nel 1885 il suo ultimo capitano, Gilman Parker, la mandò deliberatamente contro una barriera corallina al largo di Haiti, per incassare l’assicurazione. La nave non affondò e la frode fu scoperta. Così la Mary Celeste, sospettata a torto di essere stata al centro di una truffa, finì davvero al centro di una truffa: questa volta, però, con tanto di prove. Delle dieci persone che erano a bordo la mattina del 25 novembre 1872, invece, non si è mai saputo più nulla.
Massimo Polidoro
Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.