Le orche sono assassine o dolci panda del mare?
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Le orche sono assassine o dolci panda del mare?

Da predatori feroci a simpatiche giocherellone, fino a simboli della vendetta ambientalista: ogni epoca ha proiettato sulle orche le proprie paure e le proprie speranze.

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Per secoli, la percezione delle orche fu una sola: erano predatori feroci e spietati. I balenieri le chiamavano «lupi dell’oceano». Nell’immaginario di chi è stato bambino e poi adolescente tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, il nome ‘orca’ si associava quasi naturalmente all’attributo ‘assassina’, complice l’omonimo film del 1977, dove un esemplare maschio di questo mammifero marino uccideva uomini e donne e devastava barche e ormeggi mosso da una sanguinaria sete di vendetta. 

llustrazione vintage del XIX secolo, anni 1870.
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llustrazione vintage del XIX secolo, anni 1870.

Già dagli anni Sessanta, però, grazie all’ingresso di esemplari in cattività in molti parchi-gioco a tema marino, dove si lasciavano toccare, spazzolare, persino cavalcare, questi predatori del mare diventarono piano piano, nel pensiero comune, individui intelligenti e quasi benevoli. Venivano definiti addirittura i ‘panda del mare’. A suggello di questa immagine, uscì nel 1993 il film Free Willy, sulla salvifica amicizia tra un bambino orfano e l’orca Willy.

In un recente saggio pubblicato su Aeon, Jason Colby - professore presso l’Università di Victoria nella Columbia Britannica in Canada, specializzato in storia ambientale, la cui ricerca si concentra sui rapporti storici tra l’uomo e i mammiferi marini - si chiede dove sia la verità. Colby interroga le scoperte scientifiche. La cattura di esemplari vivi, a partire dagli anni Sessanta, ha offerto agli scienziati la prima vera opportunità di studiare le orche da vicino.

orca in vasca gioca con l'istruttrice
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Orca in un parco acquatico.

Altri biologi marini invece, come Michael Bigg, cercano di studiarle nel loro ambiente e per farlo sviluppano un sistema per identificare le singole orche attraverso la forma delle pinne dorsali e le caratteristiche «selle» di pigmentazione. Si è scoperto che hanno personalità distinte, che formano legami familiari profondi, i pod, che comunicano tra loro mediante un complesso repertorio vocale che comprende fischi, click, ma soprattutto con brevi blocchi di suono intervallati da pause di silenzio.  Gli esemplari che vivono nello stesso pod producono suoni dalle caratteristiche specifiche, chiamati ‘dialetti’.

Negli ultimi anni, osservazioni scientifiche e incontri in mare aperto hanno ulteriormente contribuito a un’immagine positiva: orche che condividono il cibo, mostrano curiosità verso gli esseri umani o addirittura offrono ‘doni’. Persino gli attacchi alle imbarcazioni vicino a Gibilterra a partire dal 2020 sono stati interpretati da alcuni come una sorta di vendetta simbolica contro l’uomo: stavano ‘mangiando i ricchi’ e ‘riprendendosi l’oceano’. 

Colby fa notare come con la crescita del movimento ambientalista, le orche sono diventate simboli di empatia e connessione con la natura: un nuovo mito è in costruzione. Episodi come quello di Tahlequah, la femmina che trasportò per 17 giorni il suo cucciolo morto in quella che appariva come un’esperienza di lutto, rafforzano l’idea di una profondità emotiva simile a quella umana.

Tuttavia, questi episodi coesistono con comportamenti ben più duri: caccia spietata, infanticidio e apparente crudeltà verso le prede. Negli ultimi anni, nuove tecnologie come i droni hanno mostrato infatti in modo più diretto e crudo le tecniche di caccia delle orche, riportando alla luce il loro lato predatorio.

La conclusione del saggio di Colby è secca e lucida: le orche sono un test di Rorschach. Prima predatori sanguinari, poi mascotte degli acquari, poi simbolo della libertà e della dignità animale, ora potenziali nemesi del capitalismo estrattivo. L’animale non è cambiato. Siamo cambiati noi, le nostre paure, le nostre colpe, le nostre speranze proiettate su una creatura che abita un mondo acquatico e acustico fondamentalmente alieno al nostro. La domanda giusta, allora, non è se siano assassine o panda di mare, né se potremo mai capire davvero le orche. È se, guardandole, possiamo riuscire a capire un po’ meglio noi stessi.

Marta Dore

Marta Dore

Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.