E quindi, come sono andate le... "stancanze"?
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E quindi, come sono andate le... "stancanze"?

L'estate è alle spalle ormai, ma ci ha regalato nuove parole degne di questo tempo in cui perfino le vacanze, invece di essere uno spazio di vuoto, si riempiono di cose da fare. Lasciandoci con addosso più stanchezza di prima!

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È passato un po’ di tempo da agosto, il mese in cui in Italia tutto – o quasi – si ferma. Sarà il caldo, sarà la tradizione, ma agosto rimane il mese delle vacanze per eccellenza; e di conseguenza, per molte persone, il vero Capodanno è il primo di settembre. A ogni modo, eccoci qua, reduci da un’estate più o meno riposante: tempo di fare qualche considerazione linguistica sul periodo appena trascorso. Lo so, sono strana, ma trovo peculiare che non riflettiamo mai a sufficienza sulle parole che usiamo di continuo. Prendiamo, per esempio,  vacanza; ha un’origine che spiega molto del suo significato attuale: deriva, infatti, dal verbo vacare, che in latino voleva dire “essere vuoto, libero, non occupato”, e che in italiano ha, tra i suoi vari significati, quello oggi poco usato di “riposarsi, cessare da un lavoro”. Vista l’etimologia, il significato di vacanza ora è più trasparente: per l’appunto, è il momento in cui solitamente si vaca dall’ufficio, cioè non si lavora.

Essere in vacanza viene anche detto essere in ferie; eppure, i giorni in cui si lavora sono a loro volta definiti feriali. Qui sembra esserci un inghippo lessicale. Perché abbiamo un calendario diviso in giorni feriali (quelli in cui si lavora) e festivi (quelli in cui si lavora), ma le ferie indicano il periodo in cui non si lavora? Per svelare l’arcano, dobbiamo nuovamente fare ricorso all’etimologia, questa volta del termine feria (il singolare di ferie) e dell’aggettivo feriale che ne deriva. Il latino tardo feria condivide le sue radici con l’aggettivo festus, “festivo”. Ma da qui in poi, la questione si complica, perché il significato del termine si biforca a causa di due tradizioni differenti, che danno due esiti distinti. Nel diritto romano, la feria è “ciascuno dei giorni dedicati agli dei in cui era vietato compiere dati atti pubblici”; quindi, da qui deriva il significato di ferie come “giorni di festa”. Nel calendario liturgico cattolico, invece, feria indica “ogni giorno della settimana non festivo” o, più tecnicamente, ogni giorno in cui non si celebra alcun Mistero della vita di Gesù Cristo e nessun santo: ecco da dove proviene il significato dell’aggettivo feriale come lo usiamo oggigiorno.

Le ferie cattoliche si contano tradizionalmente a partire dalla domenica (rigorosamente con l’iniziale minuscola, al contrario di quanto succede in altre lingue), che è il giorno del Signore: quindi lunedì è la seconda feria, martedì la terza feria e così vita. Una curiosità: l’unica lingua che ha mantenuto questa denominazione per il giorni della settimana è il portoghese (lunedì: segunda-feira, martedì terça-feira, mercoledì quarta-feira, giovedì quinta-feira, venerdì sexta-feira); il francese, dal canto suo, conserva il significato derivato dal diritto romano solamente nell’espressione jours fériés, “giorni festivi”.

Certo, anche se noi parliamo di vacanze e ferie come se rappresentassero la normalità di tutte le persone, è noto che molte, purtroppo, non riescono, per un motivo o per un altro, ad andare in vacanza. C’è chi fa lavori che non può interrompere e chi, semplicemente, non ha sufficiente disponibilità economica. Ma siccome la lingua, a volte, è anche marketing, la scelta (o, in molti casi, la necessità) di rimanere a casa è stata recentemente battezzata con un termine inglese estremamente cool: staycation, dal verbo to stay “rimanere” + vacation. Passare le vacanze a casa, o nei dintorni, in modo da poterci tornare a dormire tutte le sere, ha assunto un’aura completamente diversa… ed è anche un modo furbo per spostare il discorso dalle motivazioni economiche che portano all’aumento delle persone che scelgono la staycation.

Secondo un'indagine condotta quest'anno da Tecnè per Federalberghi, quasi una persona adulta su due (il 48,5 per cento) ha trascorso il periodo di ferie senza spostarsi dalla propria città o dalla propria casa.
Secondo un'indagine condotta quest'anno da Tecnè per Federalberghi, quasi una persona adulta su due (il 48,5 per cento) ha trascorso il periodo di ferie senza spostarsi dalla propria città o dalla propria casa.

Dopodiché, anche tra chi parte per le vacanze, esistono tante scuole di pensiero: c’è chi preferisce la villeggiatura, cioè un periodo di soggiorno tranquillo in un luogo di mare, montagna o campagna (tanto è vero che l’origine del termine va ricercata nel termine latino villa, che indicava la casa fuori città posseduta dalle famiglie agiate), c’è chi ha assolutamente bisogno di muoversi più che può: viaggi in macchina, in treno, in aereo, in nave, l’importante è vedere il più possibile e dormire nel maggior numero di posti diversi possibile. In questa maniera, il cervello “stacca” sicuramente, nel senso che è costretto a pensare alle esigenze di base (mangiare, dormire, fare i propri bisogni, cose così); il corpo, ahinoi, torna spesso a casa più stanco di prima.

Poiché io appartengo decisamente a questa categoria, ho letto come un segno del destino il fatto che Valeria, un’ascoltatrice del mio podcast, mi abbia scritto segnalandomi un neologismo inventato dai figli adolescenti di una sua amica che, parole sue, “organizza vacanze tour de force”: le stancanze. Le vacanze stancanti, quelle nelle quali bisogna alzarsi tutti i giorni all’alba per poter fare quel certo tour, o semplicemente per riuscire a fare colazione al buffet prima delle locuste, o magari per non “perdere tempo prezioso”, sono perfettamente descritte da questa parola-macedonia, evidentemente nata dall’unione tra l’aggettivo stanco e vacanze. Controllando poi sui motori di ricerca, ho scoperto che qua e là esistono già occorrenze sparse di stancanza/stancanze; il che non è strano, perché a volte più persone pensano allo stesso neologismo, in tempi e luoghi diversi, e in maniera indipendente le une dalle altre. Chissà che questo non sia un segnale della necessità di iniziare a usare collettivamente questo termine.

Ma se di stancanze non ne potete più, occorre far circolare anche un sostantivo per indicare il suo contrario, cioè le vacanze dedicate al dolce far niente, o magari anche quel periodo di defatigamento che si rende necessario dopo aver girato l’orbe terracqueo (“Mi sono fatta tre settimane di stancanze, ma adesso, per una settimana, non faccio nulla!”). Ecco, quindi, il termine svaccanza/svaccanze: non è mia invenzione, perché è una parola che si trova facilmente online, ma la adotto senza esitazione. Nasce dall’incrocio tra il verbo svaccare, che è un parziale sinonimo di stravaccare/stravaccarsi, e vacanza/vacanze, e direi che serve egregiamente a descrivere lo stato divino di dolce far niente di cui, a volte, abbiamo senz’altro bisogno.

Che poi, è difficile riuscire a realizzare per davvero l’intento di staccare del tutto, di svuotare il cervello da ogni impegno di lavoro: le tecnologie che oggi abbiamo a nostra disposizione – e delle quali siamo anche un po’ schiavi, forse – ci impediscono di sparire completamente dai radar, e messaggini ed email ci raggiungono praticamente ovunque. Le persone più scaltre impostano il risponditore automatico sulla posta elettronica: “Fino al giorno tal dei tali, avrò accesso limitato all’email, ecc. ecc.”. Sono richieste di tregua che mi fanno un po’ sorridere: mi immagino queste persone sulla vetta dell’Everest, o in mezzo alla foresta amazzonica, o ancora su un sottomarino in mezzo all’oceano, o in viaggio verso la Luna. Perché altrimenti è molto difficile immaginarsi situazioni in cui l’accesso alla posta elettronica sia davvero limitato. Però apprezzo, davvero, il tentativo di farsi un vero periodo di pausa. Io, per dire, non ci riesco... 

Vera Gheno

Vera Gheno

Sociolinguista, traduttrice dall'ungherese, scrittrice, autrice di podcast.