Immaginate di trovarvi per le strade di Milano, poco più di cinquecento anni fa. La gente cammina avvolta in lunghe vesti scure, che scendono fino a terra. A un tratto, in mezzo alla folla, passa qualcuno che sembra venire da un altro tempo: indossa una tunica corta, di un rosa acceso, che arriva al ginocchio; ha i capelli lunghi, ondulati, curatissimi, e il viso rasato, quando tanti intorno a lui portano barbe folte. Impossibile non voltarsi a guardarlo.
Quell'uomo è Leonardo da Vinci.
A raccontarci il dettaglio è un suo contemporaneo, che oggi chiamiamo l'Anonimo Gaddiano. Scrive che Leonardo: «portava uno pitocco rosato corto sino al ginocchio, che allora s'usavano i vestiti lunghi». Poche parole, ma bastano a farci capire una cosa: Leonardo sapeva benissimo l'effetto che faceva sugli altri. Sceglieva come mostrarsi al mondo con la stessa cura con cui sceglieva un colore su una tavola. Oggi diremmo che aveva intuito, con cinque secoli di anticipo, il potere di quella che chiamiamo immagine.
La sua però non era vanità, era qualcosa di più profondo. Un altro che lo conobbe di persona, lo storico Paolo Giovio, lo descrive come «meraviglioso arbitro e inventore d'ogni eleganza». Ecco: Inventore d'ogni eleganza: Leonardo, prima ancora che pittore o scienziato, è stato qualcuno che non ha mai separato la bellezza dalla sostanza. La forma dalla funzione.
Pensate a come si guadagnava da vivere alla corte di Ludovico il Moro, a Milano. Non dipingeva solo i ritratti delle amanti del duca o il meraviglioso Cenacolo. Leonardo era anche il grande regista delle feste di corte, oggi forse lo definiremmo un uomo di spettacolo, oltre che un maestro degli effetti speciali. Nel gennaio del 1490, per le nozze della famiglia Sforza, mette in scena quella che è passata alla storia come la Festa del Paradiso: una grande macchina scenica dentro cui gli attori, vestiti da divinità e da pianeti, si muovevano su una volta che riproduceva il cielo, illuminata, con i dodici segni dello zodiaco. Perfino i servitori erano vestiti da stelle. Leonardo disegnava le scenografie e i costumi, curava ogni dettaglio, perché il pubblico dovesse restare a bocca aperta. E ci riusciva: dei suoi spettacoli si parlava in tutte le corti d'Europa.
Qui c'è già tutto Leonardo: l'artista, l'ingegnere, l’inventore e c'è quel gusto per l'eleganza e per la meraviglia che non lo abbandonerà mai.
C'è anche un altro modo, più sorprendente, in cui questo gusto si manifesta e riguarda quello che, per tornare al corrispettivo moderno, chiameremmo design.
Negli stessi anni, Milano viene colpita da una terribile epidemia di peste. Le strade sono strette, buie, sovraffollate; gli scarichi corrono a cielo aperto. Leonardo osserva, come fa sempre, prende appunti e poi immagina qualcosa che nessuno aveva mai pensato: una città nuova. La ritroviamo tra le sue carte, nel cosiddetto Manoscritto B.
Non è la città “perfetta” e geometrica che sognavano altri suoi contemporanei, geometricamente perfetta e bella solo da vedere. La sua è una città pensata per le persone e distribuita su due livelli: in alto le strade eleganti, dove le persone vivono, camminano e si incontrano; più in basso, separati, il traffico dei carri e delle merci, oltre ai canali di scolo. E poi tanti portici e strade larghe perché l'aria e la luce potessero circolare. «Tanto sia larga la strada, quanto è la universale altezza delle case», annota.
Vi rendete conto? Cinque secoli prima che qualcuno parlasse di urbanistica moderna, Leonardo aveva già capito che progettare significa risolvere problemi umani con intelligenza e con bellezza. Non si può avere l'una senza l'altra. Separava già i flussi del traffico, esattamente come proviamo a fare oggi nelle nostre città.
E dunque, possiamo dire che aveva previsto il futuro? No. Lo aveva immaginato. E lo aveva disegnato.
Pensiamo agli oggetti, alle macchine, ai congegni su cui fantasticava. Negli ultimi anni, intorno al 1515, per onorare il giovane re di Francia, Francesco I, costruisce un automa a forma di leone. Un leone meccanico che, secondo le cronache dell'epoca, avanzava da solo di qualche passo e poi si apriva, lasciando cadere una pioggia di gigli, il fiore che univa simbolicamente la Francia e la sua Firenze.
Un robot, cinque secoli fa! Ma il suo non era un robot qualsiasi, era un oggetto che teneva insieme ingegneria e arte, diplomazia e pura meraviglia. Ancora una volta, la macchina e la poesia dentro la stessa cosa. Perché per Leonardo anche un meccanismo poteva, anzi doveva, essere elegante.
Vedete allora che il filo è sempre lo stesso. Noi siamo abituati a pensare che esistano due mondi separati: da una parte la cultura scientifica, fatta di numeri, misure, calcoli; dall'altra la cultura umanistica, fatta di arte, immaginazione, sentimento. E ci hanno raccontato che chi sta da una parte non può stare dall'altra.
Leonardo è la prova vivente che questa separazione è falsa.
Lui si definiva «discepolo dell'esperienza». Riconosceva di essere un «omo sanza lettere», uno cioè che non aveva potuto studiare da giovane gli autori antichi (perché era figlio illegittimo e, in quanto tale, gli era proibito di frequentare le scuole), ma faceva di questo limite la sua forza, perché si fidava sì dei propri occhi, ma soprattutto della verifica. Non si fidava delle idee che nessuno aveva mai messo alla prova: «Fuggi i precetti di quei teorici che non confermano le loro ragioni con l'esperienza», ripeteva. Siamo di fronte a un metodo scientifico che anticipa di un secolo Galileo e Cartesio. Eppure, quello stesso uomo rigoroso, che sezionava cadaveri e misurava il volo degli uccelli, è lo stesso che sapeva far parlare i volti nell'Ultima cena e che disegnava abiti per una festa.
Agire con rigore, con metodo, con precisione non ha mai voluto dire, per lui, agire in modo freddo o distaccato. Al contrario. La sua scienza era piena di meraviglia; la sua arte era piena di misura. E al centro di tutto c'era sempre lo stesso interesse: l'essere umano. Le sue proporzioni, le sue emozioni, il modo in cui vive, in cui abita una città, in cui si commuove davanti a uno spettacolo.
C'è un'ultima cosa che credo sia importante ricordare di Leonardo: era lento.
In un'epoca che ha sempre fretta come la nostra, lui si prendeva tutto il tempo necessario, anzi di più. Studiava, a volte per anni, prima di consegnare un'opera; tornava sui suoi appunti, cambiava, correggeva, ampliava, non si accontentava mai. Talvolta questo gli impediva di finire i lavori richiesti, ma è anche il segreto della sua profondità.
C'è un foglio, l'ultimo su cui abbia scritto una data, in Francia, dove trascorre gli ultimi anni. Sta facendo un complicato calcolo geometrico e, all'improvviso, i ragionamenti si interrompono, con una frase che mi commuove ogni volta. Scrive che si deve fermare… «perché la minestra si fredda».
Anche il più grande genio della storia, alla fine, era qualcuno che veniva chiamato a cena. E credo sia questo il modo più giusto per ricordarlo: non come un profeta che leggeva il futuro, ma come una persona curiosa, attenta, elegante, con tutti i suoi limiti umani, ma anche con la sua straordinaria pazienza. Un uomo che il futuro se lo immaginava e provava a costruirlo, un giorno alla volta, tenendo sempre insieme la testa e il cuore.