La domanda più pericolosa del mondo
PENSIERO CRITICO

La domanda più pericolosa del mondo

Perché continuare a chiederci «perché?» è un atto di resistenza contro la fretta, le risposte facili e il rischio di diventare spettatori passivi del mondo.

The William Blake Archive, Creative Commons.

Nel 1665, mentre Londra era devastata dalla peste bubbonica, Isaac Newton tornò a Woolsthorpe, il villaggio dove era nato. L'università era chiusa, le strade erano pericolose, il futuro sembrava più incerto che mai.

Woolsthorpe Manor, la casa in cui nacque Newton
© CC BY-SA 3.0
Woolsthorpe Manor, la casa natale di Isaac Newton a Woolsthorpe, nei pressi di Colsterworth, in Inghilterra.

Aveva ventitré anni e niente da fare. Così cominciò a chiedersi cose che non servivano a niente: perché la luce bianca si scompone passando attraverso un prisma? Perché la Luna non cade? Che cosa tiene insieme il cosmo?

In diciotto mesi, mentre il mondo cercava di sopravvivere, Newton gettò le basi del calcolo infinitesimale, della teoria dei colori e della gravitazione universale.

Non lo fece perché qualcuno glielo aveva chiesto. Lo fece perché non riusciva a smettere di fare domande.

C'è una parola che, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei talk show, viene pronunciata con un tono sottilmente svalutativo, ed è: curiosità. Come se indicasse un impulso infantile, un lusso da permettersi solo quando si è già risolto il necessario. Prima produci, poi (forse) esplora.

Eppure la storia della conoscenza è fatta quasi interamente di persone che hanno ignorato questo consiglio. Che hanno fatto la domanda sbagliata nel momento sbagliato. Che si sono distratte dal problema importante per inseguire quello irrilevante... e hanno cambiato tutto.

Alexander Fleming, titolare della cattedra di Batteriologia all’Università di Londra, che per primo scoprì la muffa Penicillium notatum, nel suo laboratorio al St Mary’s Hospital di Paddington, Londra (1943).
© Imperial War Museums, Public domain.
Alexander Fleming, titolare della cattedra di Batteriologia all’Università di Londra, che per primo scoprì la muffa Penicillium notatum, nel suo laboratorio al St Mary’s Hospital di Paddington, Londra (1943).

Alexander Fleming non stava cercando un antibiotico quando notò che una muffa stava uccidendo i batteri nella sua piastra di coltura. Stava cercando di capire perché la piastra si era rovinata. La differenza tra un errore da correggere e una scoperta da inseguire stava tutta nell'atteggiamento. Non: come rimedio questo fastidio? Ma: perché sta succedendo questa cosa strana?

La curiosità non è passiva. È un atto di interpretazione del mondo. Richiede di sospendere il giudizio, tollerare l'incertezza, resistere all'impulso di archiviare ciò che non si capisce sotto la voce "irrilevante".

È, in questo senso, uno dei comportamenti cognitivi più difficili che esistano.

Viviamo in un'epoca che produce risposte prima ancora che esistano le domande. I motori di ricerca completano le frasi, gli algoritmi anticipano i desideri, le intelligenze artificiali sintetizzano in tre righe ciò che richiederebbe settimane di lettura. È straordinario. Ma è, allo stesso tempo, una pressione silenziosa verso la chiusura: perché fare una domanda quando la risposta è già disponibile?

Il problema è che le domande che contano davvero non sono quelle a cui si può rispondere in tre righe. Sono quelle scomode, laterali, apparentemente inutili. Quelle che ti fanno alzare gli occhi dal problema che stai cercando di risolvere per chiederti se stai davvero guardando il problema giusto.

In questo senso, fare una domanda (una domanda vera, non retorica) è diventato un piccolo atto di resistenza. Resistenza alla fretta, alla semplificazione, all'ansia da risposta immediata. Non è una postura intellettuale snob. È una pratica. Si allena. E si perde se non la si esercita.

Newton, durante quei diciotto mesi a Woolsthorpe, non aveva un obiettivo dichiarato. Non stava "lavorando a un progetto". Stava semplicemente, ostinatamente, meravigliosamente, chiedendosi perché le cose funzionano come funzionano.

E, naturalmente, c'è qualcuno che questa domanda se l'è fatta per 70 anni, e ha dedicato tutta la vita a trasmetterla agli altri.

Era la curiosità originaria, infantile e inesauribile, a guidare Piero Angela nello studio, nella ricerca e nella sua opera di divulgazione. Da piccolo trovò risposta alle sue domande in un libro illustrato intitolato Il libro dei perché, che troneggiava nella sua minuscola biblioteca. Quella stessa domanda - Perché? - è oggi nel titolo del suo ultimo libro, Chiedetevi sempre perché*, uscito per Mondadori, e che ho avuto l'onore di curare raccogliendo testi, interviste e conferenze dal suo archivio personale.

Il messaggio di Piero è semplice e radicale insieme: quando smettiamo di chiederci perché, diventiamo spettatori passivi della nostra stessa vita.

La curiosità non è un lusso. È l'unica bussola che funziona davvero.

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Massimo Polidoro

Massimo Polidoro

Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.